di Vincenzo Giardina

Nigrizia.it – 2 agosto 2016  

Promette più cooperazione tra le università, con investimenti in cultura e formazione. Preannuncia sostegno alle imprese locali e contributi per lottare contro estremismo e cambiamenti climatici. L’Africa Act è annunciato come il nuovo strumento per dare “profondità strategica” alla politica italiana. Che punta sull’alleanza pubblico-privato.

“A Beira si sono laureati 32 medici ed è stata una festa” racconta don Dante Carraro, per far capire cosa significa la parola “cooperazione”. Camera dei deputati, 28 luglio 2016. Il Partito democratico (Pd) presenta l’Africa Act, “pacchetto di misure per rilanciare le relazioni tra l’Italia e il continente, in una logica di co-sviluppo”. Ma cosa vuol dire, in concreto? Don Dante, direttore di Medici con l’Africa Cuamm, indica la rotta: “Bisogna valorizzare la cultura e l’università, investendo sul capitale umano, l’elemento chiave sia per l’Italia che per la regione sub-sahariana”.

Quello per la “formazione” è in effetti il primo degli impegni prefigurati dall’Africa Act. A chiarirne i presupposti è Lia Quartapelle, capogruppo Pd alla Commissione esteri della Camera, ideatrice e promotrice del progetto. “La profondità strategica della politica italiana si trova in Africa” spiega: “Sfide globali come migrazioni, cambiamenti climatici e terrorismo possono essere risolte solo attraverso la cooperazione, insieme”. Il governo, di fatto, ha già dato il via libera. “L’Africa Act è un’elaborazione della posizione politica importante, sulla quale si può investire” ha commentato il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.

L’impegno è arrivare entro il 31 dicembre all’approvazione di una legge delega, piattaforma per interventi operativi e accordi internazionali verso “il nostro grande sud”. Archiviate le tre missioni sub-sahariane del capo del governo Matteo Renzi e il viaggio del presidente Sergio Mattarella in Etiopia e Camerun, sarebbe essenziale “dare seguito al lavoro politico”, fare “sistema” e offrire “un approccio coordinato e rapido” nelle relazioni con il continente.

L’impostazione dell’Africa Act ricalca quella della legge di riforma della cooperazione, con il focus sull’alleanza pubblico-privato. Ecco allora la creazione di un trust-fund presso la Cassa depositi e prestiti, per attrarre anche le risorse del settore profit. L’assunto è che i fondi per l’aiuto allo sviluppo sono e resteranno pochi. Il governo promette di raggiungere lo 0,25 per cento del Prodotto interno lordo entro fino anno, sorvolando sull’impegno dello 0,70 sottoscritto in sede Ocse. Ma tant’è. Meglio rimboccarsi le maniche, dicono al ministero degli Esteri, descrivendo l’Africa Act come parallelo al Migration Compact proposto all’Unione Europea: entrambe le iniziative vorrebbero favorire uno sviluppo economico “indispensabile anche per una corretta gestione dei fenomeni migratori”.

Parte di questo impegno sarebbero tirocini delle università italiane a sud del Sahara e nuove borse di studio per gli africani in Italia, programmi di sostegno a piccole e medie imprese e a cooperative agricole, misure di contrasto all’estremismo politico-religioso e alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Come andrà a finire? Don Dante sottolinea le potenzialità di un intervento che abbia dietro di sé “la forza di un governo”. In attesa di capire dove si concentreranno le risorse, quali saranno gli interventi, come sarà possibile conciliare logiche capitalistiche con esigenze di sviluppo, è ancora il direttore di Medici con l’Africa a indicare una via possibile. Oltre alla cooperazione con l’Università cattolica di Beira, in Mozambico, c’è ad esempio il “Junior Project Officer”: già oltre cento specializzandi italiani che trascorrono sei mesi negli ospedali africani, accanto ai colleghi locali. Loro sì, il futuro del continente.