di Alex Zanotelli

Nigrizia – 30 Aprile 2020

Il coronavirus ci dà l’occasione di trasformare questi giorni difficili in un momento di grazia. Un’occasione per riflettere sulla nostra condizione e sul sistema di morte che ci governa  

Mentre scrivo queste righe per l’appuntamento mensile con Nigrizia, sono anch’io in casa qui al Rione Sanità nella città di Napoli, senza potermi muovere e incontrare persone. Dal 9 marzo condivido la stessa condizione di tutti gli italiani per contenere la diffusione del virus.

Certo, è un momento di sofferenza. Chiedo tuttavia a tutti di mutare questa sofferenza in un momento di grazia, un’occasione per pensare seriamente a ciò che sta avvenendo. Stiamo poi vivendo la Quaresima, uno stimolo in più per raccoglierci e riflettere.

Partiamo da una considerazione molto semplice. Pensavamo di essere dei supermen, quasi convinti di essere diventati onnipotenti: è bastato un coronavirus a precipitarci in una crisi di cui ancora non vediamo la fine e non siamo in grado di valutarne tutte le implicazioni.

Dobbiamo cominciare a imparare l’umiltà e capire che il dolore degli altri ha che fare con ciascuno di noi e deve toccarci. Ora che la gente sta morendo – penso in questo momento a Bergamo e mi soffermo sulle sofferenze di questa città –, ora che il dolore si sta sempre più installando attorno a noi, continuiamo, noi cittadini del mondo ricco, a non accorgerci delle sofferenze del sud del mondo e degli ultimi a ogni latitudine. Non ci toccano.

Eppure siamo dentro un sistema di morte. Un sistema economico e politico che uccide continuamente e miete molte più vittime del virus che ci ha attraversato la strada. Il sistema di cui facciamo parte uccide per fame milioni di persone. Uccide con le guerre: penso ai milioni di morti in Africa e alle vittime in Afghanistan, Iraq, Siria…

Il sistema insegue i profitti e si disinteressa di salvaguardare la Terra. Mentre i danni provocati dai cambiamenti climatici sono sempre più evidenti e l’inquinamento uccide ogni anno 8 milioni di persone. Questa situazione produce profughi, persone costrette ad abbandonare la propria casa per poter sopravvivere. Anche di fronte a queste tragedie abbiamo chiuso il cuore e i porti, e ci siamo dotati di leggi assurde.

Dobbiamo insomma cominciare a capire che il dolore deve penetrarci dentro. Dobbiamo ascoltare l’enorme dolore provocato dall’epidemia e insieme il dolore del mondo. Mi sono lasciato accompagnare in questi giorni dalla meditazione del libro delle Lamentazioni: canti disperati, in cui Dio sembra non esserci, ma che ci dicono che dobbiamo aprire il cuore alla sofferenza.

Se mi alzo lo sguardo, un’altra cosa mi appare chiara: oltre alle persone morte uccise dal virus, a subirne le peggiori conseguenze sono coloro che non contano. Qui a Napoli, a forza di premere sull’amministrazione comunale, siamo riusciti a far sì che una parte dell’Albergo dei poveri si aprisse ai senza fissa dimora (docce, lavanderia, pasti…). A metà marzo, questo segmento dell’Albergo è stato chiuso. Aggiungendo altra sofferenza.

Lo stesso avviene per il campo rom di Casoria e altri campi rom che stiamo seguendo: sono soli, isolati, non possono muoversi per lavorare, sono ridotti alla fame. E i migranti? Dopo i decreti sicurezza di Salvini sono stati sbattuti fuori dagli Sprar, per ritrovarsi abbandonati a loro stessi: nessuna circolare ministeriale per loro…

Spalanchiamo il nostro cuore a tutte le sofferenze.  

Lamentazioni
È il secondo scritto biblico del profeta Geremia. Probabilmente fu composto nei tre mesi trascorsi fra l’incendio di Gerusalemme, ad opera delle truppe babilonesi, e la partenza per l’Egitto di coloro che erano rimasti (Geremia 31,2; 41,1; 43,7). Siamo intorno all’anno 585 a. C. In cinque capitoli, si predica la necessità di un ritorno alla fedeltà all’alleanza con Dio, condannando aspramente le pratiche idolatre, i frequenti soprusi dei forti contro i deboli, l’osservanza ipocrita e superficiale dei rituali.