di Giorgio Licini – Mondo e Missione – 10 ottobre 2015

Non solo sbarchi: sono ventimila nella sola provincia di Ragusa quelli che lavorano nei campi senza tutele a 20 euro al giorno. Sfruttati da datori di lavoro che sono solo il penultimo anello di una catena molto più lunga. La testimonianza di padre Beniamino Sacco e del Progetto Presidio, che si prendono cura di loro

 Se un giorno a Stoccolma decideranno di dare il premio Nobel per la pace a persone meritevoli e comuni e non a politici o potenti che comunque avevano tutti i mezzi per fare semplicemente il proprio dovere, tra i candidati ci dovrebbe essere padre Beniamino Sacco (nella foto), della Chiesa dello Spirito Santo a Vittoria in provincia di Ragusa. Sul sagrato ancora assolato nonostante la stagione autunnale rammenta: “Il vescovo mi ha mandato qui nel 1990. Pochi anni prima il mio predecessore aveva cominciato ad accogliere i primi immigrati nordafricani. Erano braccianti agricoli. Venivano in Sicilia per lavorare nelle serre. Non erano in fuga da nessuna persecuzione politica. Qui però non avevano casa né assistenza”. “Come sempre”, continua, “gli inizi sono stati difficili. Quel povero prete non aveva esperienza di accoglienza organizzata, era debole e anziano. Tra gli ospiti c’erano dei litigi e degli incidenti. Il vescovo allora mi ha detto: vacci tu; se vuoi li tieni, altrimenti li mandi via”.

Ma padre Beniamino non manda via neanche i cani (“li porta qui la gente”) di cui sono pieni ora i suoi centri di accoglienza. Figuriamoci i migranti! In 25 anni ne ha accolti, aiutati ed instradati 20 mila. Ha creato la Fondazione Buon Samaritano, che lascia ben sperare per un futuro senza di lui, che nessuno però riesce ancora ad immaginare, nonostante i 72 anni di età e soprattutto la recente operazione. Tra l’altro distribuisce pacchi mensili anche a 950 famiglie di italiani.

“Tutti parlano degli sbarchi e dell’emergenza”, riprende davanti ad una piatto di pastasciutta scodellato dal pentolone destinato alla mensa del centro adiacente alla chiesa parrocchiale, “e posso capire. Ma in Sicilia c’è di più. Ci sono decine di migliaia di lavoratori immigrati, quasi 20 mila solo in provincia di Ragusa. Stanno qui per periodi più o meno lunghi. A volte con la famiglia. A volte senza”.

Le condizioni di lavoro, soprattutto nel settore agricolo, sono molto dure e poche remunerative. Niente casa. Niente assistenza medica. Niente sindacati. Distanza dalle scuole per i bambini. Solitudine per gli uomini lontani dalle famiglie. Venti al massimo venticinque euro al giorno, senza orario fisso: “Ma almeno abbiamo qualcosa. In Romania dopo la caduta di Ceasescu (1989)”, dice Viktor Kostantinu, “l’industria è scomparsa e con l’industria l’occupazione. Sono qui con mia moglie, mia figlia, mio figlio e la sua fidanzata. Guadagniamo tutti insieme 125 Euro al giorno. Li mandiamo a quelli che sono rimasti a casa”.

Incontriamo la famigliola al presidio Caritas di Marina di Acate dopo aver lasciato padre Beniamino alla sua Città dei Ragazzi a Vittoria. Il Progetto Presidio è stato istituto dalla Caritas italiana in dieci centri particolarmente interessati al bracciantato agricolo d’immigrazione, tutti nel sud della penisola con la sola eccezione di Saluzzo (Cn). “Facciamo distribuzione di vestiti”, dice Vincenzo Lamonica, responsabile per la diocesi di Ragusa. “In realtà è uno stratagemma per un primo contatto coi migranti. Serve anche a non dare l’impressione ai datori di lavoro che siamo qui per la coscientizzazione dei lavoratori e l’assistenza legale oltre che sanitaria e scolastica con dei mezzi di trasporto per i bambini”. Il personale Caritas ammette che anche i datori di lavoro riescono a malapena a far sopravvivere la loro attività. Sono il penultimo anello della catena. L’ultimo naturalmente sono i lavoratori immigrati. I prezzi vengono fatti altrove. I produttori non sono ancora riusciti a sviluppare una strategia di contrattazione unitaria. Purtroppo lavorano l’uno contro l’altro.

Tra Vittoria, Acate, Scoglitti e Santa Croce Camerina le serre si estendono a perdita d’occhio. Il costo della manodopera è crollato con l’arrivo dei rumeni, disposti a tutto pur di avere un impiego. I magrebini dopo due decenni erano riusciti invece a raggiungere livelli sindacali. Alle nuove e peggiori condizioni alcuni di essi hanno deciso di lasciare. I rumeni sono avvantaggiati per il fatto di essere cittadini comunitari. Non hanno bisogno di nessun permesso di soggiorno o di lavoro. Tantomeno di un visto di ingresso in Italia. Un altro esempio della concorrenza e della “guerra” tra poveri per un lavoro che ai giovani italiani naturalmente non interessa più da trent’anni.