Repubblica – 22 agosto 2015  

Sono le sei carceri italiane – Regina Coeli, Terni, Teramo, Pisa, Alba e Carinola – nelle quali si sono tolti la vita altrettanti detenuti. Le proteste del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe). I numerosi atti di autolesionismo quotidiano cui è urgente far fronte. “Ripensare il ruolo della pena e del carcere”

           

Regina Coeli, Terni, Teramo, Pisa, Alba e Carinola. Sono le sei carceri italiane nelle quali, in soli trenta giorni, si sono tolti la vita altrettanti detenuti. E il dato oggettivo solleva le proteste del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe).

“Sei detenuti suicidi in soli 30 giorni dovrebbero far riflettere seriamente. Altro che Stati Generali dell’esecuzione penale: qui ci vogliono soluzioni immediate e concrete”, dichiara Donato Capece, segretario generale del Sappe. “In un anno, la popolazione detenuta in Italia è calata di poche migliaia di unità, ma i problemi permangono e in carcere, purtroppo, si continua a morire”, aggiunge Capece.

18 atti di autolesionismo al giorno. “Il 30 luglio scorso erano presenti nelle celle 52.144 detenuti, che erano l’anno prima 54.414. La situazione nelle carceri italiane resta ad alta tensione: ogni giorno, i poliziotti penitenziari nella prima linea delle sezioni detentive hanno a che fare, in media, con almeno 18 atti di autolesionismo da parte dei detenuti, 3 tentati suicidi sventati dalla Polizia Penitenziaria, 10 colluttazioni e 3 ferimenti. E questo determina condizioni stressanti per le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, sempre a contatto con i disagi umani e con conseguenti fattori di stress. E allora servono soluzioni urgenti e concrete: non c’è il tempo di aspettare la fine dei lavori degli Stati Generali sull’esecuzione penale”.

Ripensare la funzione della pena e del carcere. Il leader del Sappe richiama un pronunciamento del Comitato nazionale per la Bioetica che sui suicidi in carcere aveva sottolineato come “il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere”.

E’ l’ozio il nemico principale. “Ma” conclude Capece “fondamentale è eliminare l’ozio nelle celle. Altro che vigilanza dinamica. L’Amministrazione Penitenziaria, nonostante i richiami di Bruxelles, non ha affatto migliorato le condizioni di vivibilità nelle celle, perché ad esempio il numero dei detenuti che lavorano è irrisorio rispetto ai presenti, quasi tutti alle dipendenze del Dap in lavori di pulizia o comunque interni al carcere, poche ore a settimana.

Il ruolo decisivo dell’impegno lavorativo. Eppure chi sconta la pena in carcere ha un tasso di recidiva del 68,4%, contro il 19% di chi fruisce di misure alternative e addirittura dell’1% di chi è inserito nel circuito produttivo. Tenere i detenuti fuori dalle celle buona parte del giorno a non far nulla è una scelta assurda e pericolosa. Dovrebbero lavorare, i meno pericolosi in progetti di recupero ambientale nelle città, pulendo i greti dei fiumi o i giardini pubblici, gli altri in attività dentro al carcere.

Trent’anni di politiche sbagliate. Manca allora certamente la volontà politica ma questo è anche il risultato delle politiche penitenziarie sbagliate degli ultimi 30 anni, che hanno lasciato solamente al sacrificio ed alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria la gestione quotidiana delle sovraffollate carceri italiane. Ed è del tutto evidente che se i detenuti non lavorano, il percorso del loro trattamento rieducativo è assai tortuoso e difficile. E gli eventi critici in carcere, primi tra tutti i suicidi, aumentano drammaticamente”.