di Marco Tarquinio

Avvenire – 26 settembre 2019  

La prima lei, una ragazza di 10 anni, che stava per lanciarsi nel vuoto, è stata salvata da due poliziotte fuori servizio. La seconda lei, una donna di 52 anni che cercava di uccidersi nel Tevere, è stata salvata da un carabiniere che nelle sue ore libere si stava allenando su quel fiume con la canoa. Sono due fatti di straordinaria sofferenza e di ordinaria umanità che ci sono state consegnati ieri dalla cronaca, a Roma, proprio mentre la Corte costituzionale stava per sancire, con una sua sentenza che in tanti speravamo di non dover mai commentare, l’apertura condizionata al «suicidio assistito».

Cioè al suicidio agevolato – in determinate situazioni personali della persone richiedente – dalla cooperazione attiva di altri. Cioè al suicidio equiparato di fatto, sia pure in casi estremi, a una prestazione sanitaria che si può richiedere e ottenere da parte del Servizio sanitario nazionale. Due capovolgimenti limitati eppure radicali, che “fan tremare le vene e i polsi”. Una pietà che si fa mortale. Una medicina che si rende deliberatamente letale.

C’è da aver paura delle semplificazioni ora, e delle confusioni. E ci sarà da combatterle. Continuo ad augurarmi perciò che, se non tutti, almeno tantissimi possano rendersi conto – come mi ha confidato ieri mattina un saggio amico – della «distanza enorme» che pure c’è tra lo sterminio pianificato degli “imperfetti”, la resa della legge alla morte come rimedio al male di vivere e al viver male e l’aiuto a un malato inguaribile che pretende ostinatamente e disperatamente di morire anzitempo.

Spero cioè che ci resti chiaro che in quella «distanza enorme» ci sono tutte le diverse gradazioni della speranza, della disperanza, del dolore e persino dell’amore. Spero che conserviamo intatta la consapevolezza del rischio che si corre a fondere e confondere nella testa della gente e, in special modo, dei più fragili la morte programmata e procurata di coloro che vengono descritti sistematicamente come protagonisti di “vite indegne” (e costose da curare per i sistemi di welfare delle nostre indebitate società del benessere), la possibile morte a richiesta dei malati di depressione (ai quali, sia chiaro, questa sentenza italiana non assicura il suicidio di Stato come purtroppo accade in altri Paesi d’Europa) e la determinazione personale a farla finita di un tetraplegico cieco come era Dj Fabo. E spero ancor che possiamo “sentire” con cristiana partecipazione e civile empatia che in quella «enorme distanza» – come mi ha suggerito lo stesso saggio amico – c’è «l’umanità, il senso del sacro, l’amore per il ragionamento e l’ascolto dell’altro».

Ma le speranze si venano d’amaro e persino d’indignazione davanti ai coretti entusiasti subito intonati e alle liste di aspiranti suicidi prontamente sciorinate dai propagandisti della morte a comando. Se «laica libertà» fosse questo spettacolo e un vagheggiato futuro di morte erogata senza condizioni, povera la nostra libertà e poverissima la nostra laicità. Non aiutano, però, neppure i contro-cori di quelli che pensano che non ci sia niente più da fare, se non sbattere la porta davanti a uno Stato ormai arreso alla “cultura della morte”. Non è così, non deve essere così. E c’è tutto da fare, da uomini e donne di coscienza, credenti e non credenti, dentro la società e dentro la nostra legalità perché le condizioni della vita e quelle poste a difesa della vita siano più forti delle condizioni di morte e per la morte. Perché terminare non faccia rima con curare, e guarire con morire. Perché il dolore non diventi mai rancore. Perché obiettare significhi restare. Restare umani.