Certamente nessuno osava chiamarlo così: il brusco. In realtà questo era un sopranome di famiglia, poichè Brusco era il podere storico della famiglia Pazzaglia, posto su una piccola collinetta a sinistra, mentre dalla superstrada si va verso Montecastello, prima della frazione tuderte di Montemolino.

Tuttavia tale soprannome , che la gente pensava , come anche io, fosse attribuibile alla sua personanalità, si addiceva perfettamente al carattere dell’arciprete: secco, diretto, pignolo ma altrettanto generoso, passionale, completamente donato al ministero e al suo popolo. Sinceramente io ne ho avuto anche una lunga soggezione, che ho cominciato a vincere il giorno in cui coraggiosamente (avevo vent’anni) gli ho confidato il mio desiderio di diventare prete. E’ come se avessi cominciato a fare un cammino alla pari. Certo non ho mai capito quanto egli fosse felice della mia scelta, ma ho sempre percepito la sua vicinanza, con alcune fisime che però mi sono risultate utili: lo studio del latino e l’abito sacerdotale. Non mi ha mai tenuto però il fiato sul collo, ha lasciato che io facessi la mia esperienza.

Scrivo queste righe, che don Lorenzo mi ha chiesto una ventina di fiorni fa, proprio oggi 13 febbraio 2020, venticinquesimo anniversario della sua salita al cielo. E pensavo, certo se la santità la intendiamo come perfezionismo, purismo o altro, non potrei dire che don Carlo sia stato un santo, ma se guardiamo invece le realtà con gli occhi di Dio, che sa leggere le cose nascoste, lo affermo con sicurezza, l’Arciprete Pazzaglia (per tutti sor’arciprè) a portato a compimento il suo battesimo. Per tanti e diversi motivi. Mi limito a raccontare qualche aneddoto personale. Ci saranno mille altre testimonianze da poter raccogliere.

Mia nonna materna è morta in giovane età, lasciando 8 figli. Durante il tempo della malattia, che è durata abbastanza, l’arciprete andava spesso a trovare la famiglia. La mamma era la figlia più grande ed aveva già 16/17 anni. Quando don Carlo se ne  andava dalla visita, chiamava il nonno per nome, Vincenzo e gli chiedeva di essere accompagnato. Quando erano fuori dalla portata visiva, salutandolo gli lasciava scivolare in tasca del denaro e non era poco. Questo ogni volta. Probabilmente quello che guadagnava con i poderi, la parrocchia a quei tempi ne aveva diversi, lo utilizzava per aiutare le famiglie più povere. Ricordo che l’arciprete andava personalmente a togliere i sassi dai campi dove seminare, facendo della sua tonaca una personale carriola.

Un anno mia madre fu ricoverata all’ospedale di Marsciano per diverso tempo, credo mesi. Una domenica don Carlo, fece salire tutti noi fratelli, saremo stati allora 4 o 5, sulla sua mitica cinquecento, dove anche salivamo per accompagnarlo a benedire le case, e ci portò a trovare la mamma. La mamma chiese subito a don Carlo se fossimo stati a messa e lui le rispose: Rosè, i vostri figli son stati educati bene e non vi preoccupate, stamattina erano tutti a messa.

Potrei dire le centinaia di confettini cannellini che abbiamo mangiato stando con lui. Li teneva in tasca in una scatoletta dei formaggini Mio, quelle tonde, al momento propizio estraeva dalla tesca ed offriva a tutti, a noi bambini, ma anche algi eventuali adulti presenti. Confettini di ogni misura, che buon sapore che avevano.

Possiamo ricordare il suo impegno a difendere la fede anche nel campo della poitica. Era l’immediato dopoguerra e io sono convinto che l’opera di tanti parroci, sia durante il conflitto, che al rinascere della Repubblica, hanno permesso che l’Italia si affermasse come un popolo libero.

Ma non si può dimenticare anche un’altro aspetto di Monsignor Pazzaglia. Quello ludico e ricreativo, quando giocava a carte nel circolo della Parrocchia, quando lo faceva nelle case private, quando faceva scherzi, anche piuttosto importanti ai parrocchiani, apparentemente più ostili e ai suoi colleghi.

L’arciprete ha anche sofferto molto, un pò come tutti i preti parroci. Si è sulla bocca di tutti, il bene fatto non viene riconosciuto, la gratitudine si trasforma in opposizione. Ma anche se diventava scuro in volto don Carlo non ha mai scartato nessuno e ha amato sempre tutti e tutti ha servito.

Anche la chiesa lo ha fato soffrire un pò. Egli ha sempre cercato di ubbidire, ma la riforma liturgica prima, con i nuovi messali e libri diversi e la riforma del sistema di sostentamento poi (1986) non lo hanno visto sempre pronto ad accogliere le novità. Tuttavia , come diciamo in una preghiera funebre, il suo cuore desiderò mantenersi fedele alla tua volontà. Se io sono prete, lo devo anche a lui. Grazie sor’arciprè!