di Marina Corradi

Avvenire – 30 aprile 2020  

C’è un’Italia che faticosamente cerca di ripartire, e di far fronte a un futuro incerto e duro: che per molti è disoccupazione, e per qualcuno già fame. C’è un’Italia che ha sperimentato, come non avveniva da due generazioni, la morte che passa vicina, le sirene delle ambulanze che spezzano le città silenziose, i defunti, addirittura, che non trovano più un luogo per riposare, esiliati altrove su colonne di camion dell’Esercito. Grazie a Dio ora il virus sembra arretrare, e si comincia a sperare di tornare a vivere.

Ci si potrebbe aspettare, dopo una simile prova – dopo aver visto come rapidamente si sbriciolano un benessere e una salute che davamo per scontati, dopo aver visto come rapidamente si muore – un sentimento collettivo nuovo, più accogliente col prossimo in difficoltà, più grato d’essere vivi, più generoso.

Ma tra le pieghe dei decreti governativi delle prime riaperture già, nella colonna delle agenzie Ansa sui pc nelle redazioni, s’infila una piccola notizia, dieci righe appena. A Sassuolo, Modena, terra emiliana di gente ricordiamo larga di cuore, l’amministrazione comunale a maggioranza Lega ha votato un provvedimento che prevede una sanzione di 56 euro non a quanti chiedono la carità per strada, ma a chi la carità per strada la fa. Proprio così si parla di pura e semplice carità, della moneta allungata a un clochard steso sul marciapiede, o al poveraccio che mostra la foto dei suoi figli. No, fare la carità deve essere proibito, dicono severamente i consiglieri di Sassuolo, e al sollevarsi delle comprensibili proteste dell’opposizione – e, speriamo, di molti cittadini – replicano: «Non pensiamo certo di multare la vecchietta o l’anziano che vuole fare la donazione, ma così si preserva chi è vittima di condotte moleste da parte dei professionisti dell’accattonaggio».

È vero, ci sono anche quelli, ci sono le squadre di mendicanti lasciate giù sempre dallo stesso pullmino nelle grandi città, ogni mattina, e puntualmente, come braccianti dai campi, ritirati alle 18. Ci sono, i racket, e doveroso sarebbe smantellare queste macchine di sfruttamento. Però i ragazzi dell’est europeo o neri che allungano la mano tesa nelle nostre strade ne sono solo le vittime, e chissà come alloggiati e sfamati, e chissà come trattati, se la sera fanno ritorno dai loro padroni a mani vuote. Quei ventenni agli angoli di Milano sono i fuggiti da lembi d’Africa e d’Oriente, ingannati, caduti nelle mani dei trafficanti, segregati in Libia e fortunosamente scampati al Mediterraneo. A volte anche disabili ingannati con la promessa di un lavoro. Strumenti nelle mani della malavita, vero, ma, prima di tutto, uomini, anzi spesso ragazzi, dell’età dei nostri figli.

Disgraziati cui non pare così deprecabile dare, insieme a un euro, almeno uno sguardo, un impotente segno di umana solidarietà, giacché il racket, noi passanti, non sappiamo debellarlo.

Ma a Sassuolo no, a Sassuolo linea dura. Non con il racket: con chi invece cede minimamente alla pietà del samaritano evangelico. «La vecchietta o l’anziano», spiegano dalla Lega, quasi a indicare che la carità è cosa da vecchi, e che chi è giovane e forte non cede a certi “ricatti”. Perché l’italiano immaginato da quei politici lì è “sovrano”: ha una casa, lavora, produce, e non ha bisogno di aiuto.

Quindi gli manca un po’ di capacità, diciamo, d’immedesimazione: non sa proprio che vuol dire, non avere da mangiare. Non conosce, e disdegna, quel trovarsi miserabili, che umanamente insegna più di cento master all’Università. Dunque, 56 euro di multa – per alcune «vecchiette» un decimo della pensione minima – ai sentimentali che guardano uno sconosciuto, e gli danno i soldi per un pezzo di pane. Dura lex, sed lex. Ci auguriamo tuttavia, nella paurosa crisi che temiamo ci attenda, che non capiti fra qualche mese, a Sassuolo e altrove, di riconoscere in quelli che tendono la mano per strada ex colleghi, padri dei compagni dei figli, o vicini di casa. Magari anche alcuni quelli che gridavano ‘prima gli italiani!’. In pochi mesi edotti dalla storia di quanto facile e veloce sia la povertà. E uguale, per tutti, la fame.