Famiglia Cristiana – 28 febbraio 2016

Lettera ai fedeli dei sacerdoti dell’unità pastorale di Ambivere, Mapello e Valtrighe (BG)

«In Quaresima noi sacerdoti abiteremo una tenda allestita sul sagrato della chiesa di Ambivere. Un po’ di cibo. Acqua da bere. Un bagno per lavarci. Un materasso per dormire. È più di quanto molti esseri umani possono permettersi. Naturalmente non sarà facile. Abituati ad avere più del necessario, il semplice necessario sembrerà insufficiente. Questa decisione nasce dalla presa di coscienza che il prezzo del nostro benessere è la riduzione in miseria di altri esseri umani. È facilmente dimostrabile: se dovessimo garantire a tutti gli uomini il tenore di vita europeo o americano avremmo bisogno di cinque pianeti. Ma siccome ne abbiamo soltanto uno, noi occidentali ci siamo presi, da un secolo a questa parte, il diritto di mettere le mani sulle risorse naturali dell’altra parte del mondo e di saccheggiarle a piacimento. Per evitare intralci abbiamo poi lavorato assiduamente per impedire che in quei Paesi crescessero democrazia, autonomia economica e diritti umani. Ecco perché i Paesi poveri continuano a restare poveri.

Se Europa e Stati Uniti dovessero pagare equamente le risorse prelevate dal Terzo mondo, i prezzi in casa nostra crescerebbero e dovremmo rinunciare a buona parte delle nostre abitudini consumistiche. Il costo della vita qui da noi  è alto, ma costerebbe ancora  di più se i Paesi poveri potessero mettere al centro della loro economia i loro bisogni invece che i nostri. Per questa ragione nessuno in Occidente sembra prendere sul serio una prospettiva del genere.

Ecco dunque la nostra decisione: staremo in una tenda per dire che non siamo disposti ad accettare un sistema che procura benessere a noi provocando sofferenza a qualcun altro. Si tratta di un segno temporaneo, fino a Pasqua.

Poi si vedrà. In ogni caso, bisognerà mettere a punto stili di vita coerenti con questa intuizione. Intanto con questo gesto vogliamo dire che riconosciamo le nostre responsabilità di fronte alla povertà del mondo. E che si può essere felici anche con meno.

Ma le ragioni della nostra scelta non finiscono qua. (…)  La crisi economica, la migrazione e il terrorismo sono frutti delle insane politiche occidentali. Eppure, vengono usate in Europa come argomenti per convincere l’opinione pubblica a incrementare invece di ridurre la politica muscolare della Nato e a rinunciare alla “patetica” difesa dei diritti umani. Per quanto le responsabilità dei nostri Paesi siano clamorose e le vittime di questa guerra siano soprattutto bambini,  nessuno sdegno pacifista percorre più le strade d’Europa, a meno che i morti siano europei, americani o israeliani. I civili europei ammazzati meritano cortei. Quelli mediorientali no. Poche, anzi pochissime sono le voci che si alzano contro la corsa europea agli armamenti e gli interventi militari. (…)

Che cosa autorizza l’Europa a chiudere le porte in faccia a gente che fugge da guerre che l’Europa stessa ha contribuito a innescare? Com’è possibile lasciare che le persone continuino ad annegare senza che l’Europa decida uno straccio di corridoio umanitario per la cui protezione sì che servirebbe impiegare l’esercito? La verità è che l’Europa è avida. Vuole le ricchezze dei poveri, non i poveri. Ferma i profughi alle frontiere, mentre da più di un secolo le oltrepassa per spadroneggiare in casa loro. La verità è che l’Europa non vuole più sottoscrivere i diritti universali dell’uomo a cominciare dall’articolo 1: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti (…)

I poveri speravano che l’Europa fosse un luogo dove l’umanità venisse prima della cittadinanza, prima del benessere, prima delle differenze religiose, prima di ogni altra cosa. Si sbagliavano. Il pensiero diffuso è che la loro situazione non dipenda da noi; che abbiamo già i nostri grattacapi e che in fondo i poveri siano la causa del proprio male. Al pari dei singoli Paesi europei, anche i diversi settori dell’amministrazione statale scaricano sugli altri la responsabilità adducendo confusione normativa, paventando rischi di terrorismo e brandendo contro i poveri le croniche insufficienze dell’assistenza ai cittadini italiani. Proprio così: usando i poveri di casa nostra contro i poveri alla nostra porta. (…)

Noi sacerdoti non possiamo rovesciare le sorti dei poveri. Però, possiamo stare dalla loro parte. Possiamo protestare e progettare azioni concrete non violente a favore della verità e della giustizia. Cominceremo a stare in una tenda, perché se migliaia di esseri umani possono essere abbandonati per anni nella nostra Europa in tendopoli improvvisate, fangose, senza servizi (andate a Calais in Francia per vedere e credere!), perché mai noi, che siamo esseri umani come loro, dovremmo abitare in una casa? Noi pensiamo di non essere più umani dei poveri perché ci debba essere concesso qualcosa di più… Sapendo oltretutto che loro hanno di meno anche per colpa nostra. Se loro non hanno diritto a una casa, allora questo diritto non l’abbiamo neppure noi. Non ci sembra un grande affare perdere l’umanità comune che ci lega ai poveri per godere del privilegio della cittadinanza. Essere cittadini è un onore. Ma se deve venire prima della nostra comune umanità, allora vi rinunciamo volentieri. Nella tenda sarete i benvenuti.

I sacerdoti delle comunità di Ambivere, Mapello e Valtrighe (BG)