“Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” (Eb 2,14). La liturgia della Parola ci consegna, oggi, questo messaggio di salvezza che illumina la nostra preghiera di suffragio per don Vincenzo Faustini. Un antico autore cristiano del II secolo, Melitone di Sardi, in un’omelia pasquale assicurava: “Cristo è colui che ha coperto di confusione la morte e ha gettato nel pianto il Diavolo, come Mosè il Faraone”. L’amara costatazione della “morte della morte” fa scoppiare il Diavolo in pianto, perché Cristo Signore, con la sua Pasqua, “ha imposto alla morte un limite invalicabile”.

La nostra esistenza terrena, per quanto lunga possa essere, è come un fragile filo d’erba che presto appassisce; nel medesimo tempo essa è luogo di vocazione straordinaria: quella di essere figli di Dio. Per don Vincenzo la vita è stata luogo di vocazione al sacerdozio ministeriale, che l’ha chiamato a fare con arte quello che il Signore ha compiuto nella cosiddetta “giornata di Cafarnao”, come abbiamo inteso nel brano evangelico appena proclamato (cf. Mc 1,29-39). Una giornata in cui ci sono tutti gli “ingredienti” del ministero di un prete: la preghiera, al mattino presto, lontano dalla folla, nel deserto interiore del silenzio; l’annuncio del Regno di Dio, sempre accreditato dalla vicinanza a chi soffre nel corpo e nello spirito; la compassione per le folle, vivendo senza ansia il loro assedio, chiaramente espresso dalla formula: “Tutti ti cercano!” (Mc 1,37).

Fratelli e sorelle carissimi, ho incontrato don Vincenzo una sola volta, ma per conoscerlo mi è bastato scorgere il suo sguardo luminoso e leggere l’intervista a cui egli non si è sottratto in occasione del suo 70° anniversario di ordinazione presbiterale, all’età di 94 anni. A chi, in quella felice circostanza, gli chiedeva: “Rifarebbe la stessa scelta di tanti anni fa?”, la risposta non lasciava scampo al dubbio. “E me lo domanda? È una cosa stupenda. Una persona, chiunque sia, che ha provato a lavorare per gli altri, per la fede, per una crescita spirituale, sente sempre e si accorge che è poco quello che ha fatto e quello che ha dato, per cui non solo la rifarebbe, ma la rifarebbe con più slancio e più impegno. Se si domandasse a mille persone cosa farebbero se avessero la possibilità di tornare indietro, la maggior parte di esse risponderebbe che non farebbe le stesse scelte. Io dico: no, ripercorrerei la stessa strada, sperando di metterci più buona volontà, più spirito di sacrificio”.

La vita sacerdotale di don Vincenzo, zelante Penitenziere di questa Concattedrale, ha avuto come baricentro, sin dal giorno del suo battesimo, la chiesa parrocchiale di Santa Prassede, incastonata come perla preziosa in Borgo nuovo. Non è difficile immaginare la sofferenza che gli ha procurato l’ordinanza di inagibilità di un edificio di culto da lui così tanto amato. Chissà quante volte dalla Casa di accoglienza sacerdotale di Collevalenza avrà rivolto lo sguardo verso Todi per scorgere la cuspide della torre campanaria del tempio di San Fortunato e, con lo sguardo benedicente, avrà continuato ad abbracciare la sua gente, in particolare l’Istituto Crispolti che ha diretto per lungo tempo, favorendo la crescita “in sapienza, età e grazia” di molte generazioni di giovani.

La nostra Chiesa particolare ha bisogno di preti di questo stampo: per grazia di Dio non mancano, ma non possiamo permetterci di rimanerne privi. In occasione del suo giubileo sacerdotale “fuori scala” egli, parlando del cronico calo di vocazioni, così si esprimeva: “È un problema molto serio. Essere sacerdote dovrebbe significare e significa lavorare senza badare al denaro, impegnarsi per la vita, senza guardare agli orari. In poche parole una vita fatta per. Il mondo di oggi ragiona in un altro modo (…), sono però convinto che non tutto sia perduto”.

Carissimo don Vincenzo, mentre come Presbiterio diocesano presentiamo al Signore la preghiera di suffragio per te e di conforto per i tuoi familiari, in particolare per il fratello Ennio, ti supplichiamo di continuare a “tifare” per questa diocesi. Ora, in Paradiso, contempli il volto “mite e festoso” del Salvatore, che sin dalla giovinezza hai scelto come “parte della tua eredità e tuo calice”. I Santi e Beati della nostra terra ti vengano incontro e ti accompagnino alla scoperta della sterminata Comunione dei Santi. Consola la folla di fedeli che, piangendo, continua a cercarti e ti esprime, commossa, una gratitudine immensa per la tua esistenza “fatta per”, vissuta non nella logica del sacrificio di sé ma in quella del dono di sé.

+ Gualtiero SigismondiTodi – Basilica Concattedrale della Ss.ma Annunziata, 13-01-2021