Radio Vaticana -10 febbraio 2016

R. – I diritti negati non possono essere dimenticati. Per cui, anche se in maniera tardiva, è stato istituito questo “Giorno del ricordo” con la Legge 92 del 2004, votata a larga maggioranza dal parlamento. Questo per noi ha avuto un forte significato, perché dopo un oblio assolutamente ingiusto, di questa storia si può finalmente parlare e lo si può fare in maniera scevra dalla polemica politica.

D. – Perché per tanti anni non si è parlato chiaramente degli infoibati? Era un tema quasi da cancellare …
R. – Intanto quando parliamo di infoibati parliamo di tutte le persone che sono state perseguitate in due periodi: nel ’43 – la prima stagione delle foibe – e tra il ‘45 fino agli anni 50 – la seconda stagione – , quindi fino a guerra finita. Questa storia racconta di una pulizia etnica operata dal comunismo nazionalista del maresciallo Tito nei confronti della popolazione italofona che abitava quelle terre in maniera autoctona da circa mille anni. Dunque, la visione che noi abbiamo è la seguente: mi ricordo che quando ero piccolo a scuola mi raccontavano che abbiamo vinto la prima guerra e che la seconda “l’abbiamo pareggiata”. Però non era così, l’avevamo persa. I profughi rappresentavano proprio – e quindi il nostro massacro in quelle terre – la fisicità con la quale l’Italia aveva perso questa guerra. Ora, le motivazioni per le quali le foibe sono state silenziate sono due: in un dopoguerra in cui doveva essere ricostruita la storiografia italiana, noi non eravamo comodi nel testimoniare il fatto che l’Italia aveva perso e quindi non si doveva parlare di noi. Allo stesso tempo, da quelle terre sono scappate persone di tutte le classi sociali; l’ottanta percento erano operai, contadini, manovali, pescatori … Se una persona di questa classe sociale scappa dal comunismo, evidentemente testimoniava che il comunismo non era il paradiso terrestre per quelle terre, per quelle persone, per il loro status. Quindi per questi due motivi siamo stati sistematicamente dimenticati e ci è stato affibbiato il bollino di fascisti. Ma non è così. Un esempio: anche membri del Comitato di Liberazione nazionale sono stati infoibati.

D. – Oggi, è chiara la strada per trasformare questa tragedia delle foibe in una coscienza condivisa?
R. – Ormai i tempi sono più che maturi. La moderna storiografia ha fatto luce su quelli che sono stati i fatti. Questo si chiama “Giorno del ricordo”, ma per noi è piuttosto una memoria, che è un po’ differente. Il ricordo potrebbe essere una cosa che poi sfiorisce nel tempo diventando un amarcord, a limite; la memoria invece è in grado di costruire una prospettiva dei processi futuri per mettere in opera azioni per riparare i torti subiti. Come dice un poeta, la memoria è quella strada che tu non imbocchi più perché sai che ti è successo un incidente o una buca in cui non devi più ricadere. Per noi la memoria è questo: il trasferimento di questa nostra storia alla società civile affinché sia da monito perché tragedie del genere non avvengano più. Abbiamo vissuto come esclusi all’interno della nostra patria, ghettizzati, marginati. L’emarginazione e la ghettizzazione creano soltanto dei disastri. Nella prospettiva che noi stiamo ricostruendo evidentemente c’è uno spazio per le comunità che sono rimaste italiane in terra istriana, fiumana e dalmata e le comunità degli esuli che sono andati via. Quindi per noi riscostruire vuol dire fare dei progetti insieme per affermare un’identità. Quindi direi che è una memoria decisamente propositiva.