di Luca Liverani

Avvenire – 12 ottobre 2016  

Producono una ricchezza paragonabile al fatturato Fiat. Versano quasi 11 miliardi di contributi, che permettono di pagare la pensione a 640 mila italiani. E sborsano quasi 7 miliardi di Irpef. Per loro lo Stato spende meno di 15 miliardi, il 2% scarso della spesa pubblica. Sono i lavoratori immigrati. A calcolare le dimensioni dell’’economia dell’immigrazione’ è uno studio della Cgia di Mestre che prende le misure del fenomeno e sfata parecchi luoghi comuni sul peso dell’immigrazione in Italia. Che invece – affermano i ricercatori – contribuisce in modo importante alla ricchezza del Paese con 550 mila piccole e medie imprese. Questa VI edizione del Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, sottotitolo «L’impatto fiscale dell’immigrazione », è redatto dalla Fondazione Leone Moressa ed edito dal Mulino con patrocinio di Oim e ministero degli Esteri.

E si focalizza appunto sul contributo della componente straniera alle casse pubbliche. È il sottosegretario all’Interno Domenico Manzione a introdurre la presentazione, ospitata al Viminale. «Sono dati importanti – spiega il sottosegretario – per uscire da un dibattito che spesso è troppo ideologico. La lente statistica permette invece di affrontare l’argomento nel modo il più possibile oggettivo. L’Italia è il terzo Paese in Europa per immigrati, con 5 milioni circa di presenze, dietro alla Germania con 7 e la Gran Bretagna con 5 e mezzo. Nel Belpaese sono l’8%, un po’ sopra la media europea del 7%, ma ci sono stati più piccoli del nostro che arrivano al 10%, come Belgio e Austria».

Secondo la ricerca – 214 pagine di dati e tabelle gli stranieri che lavorano in Italia producono dunque 127 miliardi di ricchezza, cifra paragonabile appunto al fatturato del primo gruppo industriale italiano (Exor, gruppo Fiat), pari a 136 miliardi. O al valore aggiunto prodotto dall’industria automobilistica tedesca. Il contributo economico dell’immigrazione si traduce in 10,9 miliardi di contributi previdenziali pagati ogni anno, in 6,8 miliardi di Irpef versata, su 46,6 miliardi di redditi dichiarati.

E sono 550.717 le imprese straniere che producono ogni anno 96 miliardi di valore aggiunto, il 6,7% del Valore aggiunto nazionale. Nel 2015 sono stati 656 mila gli imprenditori immigrati e 550 mila imprese a conduzione straniera, il 9,1% del totale. Negli ultimi anni (2011/2015) le imprese condotte da italiani sono diminuite del 2,6%, mentre quelle condotte da immigrati hanno registrato un incremento significativo (più 21,3%).

Di contro, la spesa destinata agli immigrati è pari all’1,75% della spesa pubblica italiana (pari a 14,7 miliardi: molto meno, ad esempio, dei 270 miliardi per le pensioni), soprattutto per sanità (4 mi-liardi), istruzione (3,7) e giustizia (2). Secondo il dossier, per mantenere i benefici attuali anche nel lungo periodo sarà necessario aumentare la produttività degli stranieri, non relegandoli a basse professioni. Dal confronto degli stipendi e dei redditi degli stranieri emerge che in media gli stipendi dei lavoratori dipendenti è di 1.300 euro per gli italiani e 1.000 per gli stranieri, il 23% in meno. Non c’è dubbio dunque che nel nostro Paese l’immigrazione sia sempre più importante.

Dal punto di vista demografico nel 2015 gli italiani in età lavorativa sono stati il 63%, mentre gli stranieri il 78%. La produttività per occupato supera i 135 mila euro, nel caso degli immigrati il valore aggiunto per occupato è di poco superiore ai 50 mila. Il problema sembra quindi essere la produttività. Il tasso di occupazione degli stranieri è maggiore di quello degli italiani, ma spesso (66%) sono lavori a bassa qualifica, giustificati solo in parte dal basso titolo di studio della popolazione straniera. Il tutto si traduce in differenziali di stipendio e reddito molto alti tra stranieri e italiani, e quindi anche in tasse più basse versate. Solo per l’Irpef la differenza pro-capite tra italiani e stranieri vale 2 mila euro.