di Maurizio Ambrosini

Aggiornamenti Sociali – 29 aprile 2020  

Si parla ormai da giorni di regolarizzazione del soggiorno degli immigrati che lavorano nel settore agricolo: la ministra Bellanova lo ha richiesto, la collega Lamorgese ha espresso disponibilità, un testo circola nelle commissioni parlamentari. Le associazioni delle imprese agricole si sono espresse a favore, evento raro nei dibattiti italiani sulle politiche migratorie.

La proposta sostiene una scomoda ma inaggirabile verità: quest’anno mancheranno le braccia per raccogliere la frutta e gli ortaggi della nostra agricoltura. I 18.000 immigrati stagionali autorizzati negli scorsi anni dai decreti-flussi, anche sotto la gestione Salvini, quest’anno non si vedranno. Gli immigrati disoccupati ma residenti in altre regioni non si possono spostare, né probabilmente vorranno farlo, né è opportuno che lo facciano. Gli italiani coperti dal reddito di cittadinanza non sembrano ansiosi di prendere la via dei campi. Non la prendevano prima del 2018, non si vede come spingerli a farlo ora. Quindi dove non arrivano gli afflati umanitari, forse arriverà la valutazione dei nostri interessi: quei prodotti agricoli vanno raccolti da qualcuno, per remunerare i produttori e per rifornire le nostre tavole. E se i lavoratori avranno un titolo di soggiorno, potranno rivendicare un contratto e i relativi diritti. O almeno si può lavorare per quell’auspicabile obiettivo.

Vari appelli, come quello dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), quello dei sindacati confederali e quello proposto dagli economisti Tito Boeri e Leonardo Becchetti allargano la prospettiva: non solo i lavoratori agricoli, ma pure gli altri, anch’essi più che mai esposti di questi tempi a precarietà e sfruttamento. Molto probabilmente tra di loro molte sono donne che lavorano presso le famiglie italiane, soprattutto nell’assistenza agli anziani fragili. Nelle precedenti sanatorie (2002, 2009, 2012) hanno avuto un ruolo preponderante.

Già in questi appelli si è fatta strada una più ampia considerazione: in tempi di pandemia, sarebbe saggio estendere l’emersione a tutti gli stranieri che si trovano sul territorio nazionale, in modo da poterne monitorare le condizioni di salute e fornire assistenza in caso di bisogno. Per legge infatti gli immigrati irregolari hanno diritto soltanto alle cure mediche “urgenti e necessarie”.

Questa posizione è stata assunta in modo esplicito dal CNEL, Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Le parti sociali che lo compongono, insieme a esperti e organizzazioni del terzo settore, hanno convenuto sulla proposta di una misura di emersione universalistica, al fine di tutelare le condizioni di salute dell’intera popolazione, italiana e immigrata. La circolazione di persone non controllate, per definizione indotte a sottrarsi al rapporto con le istituzioni pubbliche, è un rischio da scongiurare.

Qualcuno obietta: si offusca il principio di legalità. Può essere, ma vi sono momenti di emergenza in cui la politica deve decidere tra valori in contrasto, scegliendo quale sia quello da tutelare maggiormente. Mentre osserviamo quanto sia difficile sconfiggere, o anche solo ridurre in modo decisivo l’impatto del COVID-19, salvaguardare la salute di tutti è un obiettivo prioritario.

Un’altra possibile soluzione potrebbe consistere in espulsioni di massa. Ma queste non sono mai riuscite, neppure in tempi più normali: nel 2018, con Salvini alla guida del Ministero degli Interni, non hanno raggiunto le 7.000 unità. È improbabile che si possa attuarne di più ora, con gli aeroporti chiusi e i paesi di origine, ammesso che si riesca a individuarli, ancora meno disponibili ad accoglierli. Siamo quindi in una situazione in cui la clemenza è la migliore delle soluzioni possibili, nel nostro stesso interesse. Speriamo che la politica lo comprenda, e abbia il coraggio di resistere alle sirene della speculazione propagandistica.