di Pietro Boffi

Famiglia Cristiana – 1 luglio 2016   

«Nessun limite di età per generare», dice la sentenza bis della Cassazione che restituisce la figlia di 6 anni alla coppia di Casale, due coniugi anziani che hanno avuto una bambina con l’inseminazione artificiale. Ma la domanda è: al generato chi pensa? I limiti li pone in primis la natura stessa, forse non a caso. E avere genitori-nonni non può essere privo di conseguenze.

Premessa: quando si affrontano questioni umanamente delicate, “al limite”, come quella che riguarda i coniugi di Casale Monferrato a cui la Cassazione, correggendo una sua precedente pronuncia, ha restituita la figlia di 6 anni che era stata dichiarata adottabile, è quanto mai opportuno entrarvi “in punta di piedi”, evitando di coinvolgere in polemiche strumentali le persone, verso cui deve sempre andare il massimo rispetto. Detto questo, la vicenda pone degli interrogativi di carattere generale su cui riteniamo sia opportuno fermarsi un attimo a riflettere. Non è nostra intenzione – né nostra competenza – entrare nel merito delle motivazioni con cui la Cassazione-bis ha ritenuto insussistenti le accuse di abbandono di minore, rivolte inizialmente ai genitori, così come le valutazioni sulle loro capacità genitoriali. Quello che invece ci pare invece sorprendente, invece, sono le affermazioni della Suprema Corte riguardo ad un supposto “diritto assoluto ed eterno” a generare da parte di chiunque lo voglia, prescindendo perfino – e nel nostro caso in modo particolarmente eclatante – dai naturali limiti biologici, che tutti conosciamo e che non è immaginabile possano essere bellamente ignorati, così come sembra fare questa nuova sentenza.

Se la sentenza del 2013, infatti, aveva rilevato che la coppia di Casale aveva applicato «in modo distorto le enormi possibilità offerte dal progresso in materia genetica, rivelandosi poco attenta alla condizione del nascituro e seguendo invece il solo punto di vista dell’adulto-genitore, il diritto a perseguire la genitorialità biologica, diritto che giustifica qualsiasi forzatura», e aveva criticato «una scelta che si fonda sulla volontà di onnipotenza, sul desiderio di soddisfare a tutti i costi i propri bisogni, accantonando quindi le leggi di natura», la nuova sentenza afferma perentoriamente che è «errato il riferimento a pretesi “limiti” che la legge italiana prevederebbe per chi intende generare un figlio, i quali non esistono».

Dimenticando che i limiti in primis li pone la natura stessa, e forse non a caso; che avere genitori-nonni non può essere privo di conseguenze per chi viene generato; che la legge italiana non pone limiti a chi intende generare da sé i propri figli, mentre li pone, sempre non a caso, per chi ricorre alle tecniche di fecondazione artificiale; e infine che la soluzione escogitata, dopo decenni di tentativi, dalla coppia di Casale quei limiti li ha evidentemente aggirati.

Sia chiaro: davanti a situazioni-limite, come si diceva, e alla sofferenza che inevitabilmente queste comportano, non si tratta di schierarsi per una soluzione o l’altra. Davanti a casi eccezionali, eccezionale può anche essere la risposta delle istituzioni, magistratura compresa. Magari, però, evitando affermazioni che contraddicono il comune buon senso, il vissuto profondo e le naturali basi biologiche su cui da millenni si basa lo stupendo mistero del generare.