Hetty Hillesum

Il padre Levi (Louis), nato il 25 maggio 1880 ad Amsterdam, insegnava lingue classiche; la madre Rebecca Bernstein, nata il 23 giugno 1881 a Potsjeb (in Russia), arrivò ad Amsterdam il 18 febbraio 1907 in seguito a un pogrom. La coppia si sposò nel 1912 ed ebbe, oltre ad Etty, due figli maschi: Mischa (Michael, nato il 22 settembre 1920 a Winschoten) e Jaap (Jacob, nato il 27 gennaio 1916 a Hilversum). Con la sua famiglia seguì gli spostamenti del padre, professore di lingue classiche. Abitò a Tiel (1916-1918), a Winschoten (1918-1924) e dal luglio del 1924 a Deventer, dove passò l’adolescenza.

Si laureò in giurisprudenza all’Università di Amsterdam, l’ultima città dove abitò, al numero 6 della Gabriel Metsustraat, con le finestre che davano su una delle piazze principali, il Museumplein, prospiciente al Rijksmuseum. Si iscrisse anche alla facoltà di Lingue Slave, ma a causa della guerra dovette interrompere i suoi studi. Concluse invece il percorso di Lingua e Letteratura russa, e negli anni successivi impartì sia lezioni private che lezioni di russo presso l’Università popolare di Amsterdam. All’inizio della guerra si interessò della psicologia analitica junghiana, grazie al lavoro dello psico-chirologo Julius Spier che conobbe il 3 febbraio 1941 come paziente, divenendo in seguito la sua segretaria e una delle amiche più intime.

Fu una donna dalla vivace intelligenza, brillante e ricca di interessi. Nel 1942, lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe anche la possibilità di salvarsi, ma decise, forte delle sue convinzioni umane e religiose, di condividere la sorte del suo popolo. Lavorò in seguito nel campo di transito di Westerbork come assistente sociale.

I genitori e i fratelli Mischa e Jaap furono internati tutti nel campo olandese di transito di Westerbork. Il 7 settembre 1943 tutta la famiglia, tranne Jaap, fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz. Mentre Etty, i genitori e il fratello Mischa morirono poco tempo dopo il loro arrivo ad Auschwitz, l’altro fratello, Jaap, perse invece la vita a Lubben, in Germania, dopo la liberazione, il 17 aprile 1945, durante il viaggio di ritorno in Olanda. La data della morte di Etty è il 30 novembre 1943.

Il Diario

Il Diario fu scritto ad Amsterdam tra il 1941 e il 1943, probabilmente su indicazione dello psico-chirologo ebreo-tedesco Julius Spier, con il quale ebbe un forte legame (ne parla abbondantemente nel Diario chiamandolo semplicemente “S.”); il libro è un dettagliato resoconto degli ultimi due anni della sua vita.
Diversamente dal Diario di Anna Frank, quello di Etty Hillesum venne pubblicato solo nel 1981.

“Altruismo radicale”

Il curatore del Diario, Jan Geurt Gaarlandt, nella sua introduzione afferma che Etty Hillesum scrisse un “contro-dramma”: la sua liberazione individuale nel contesto del dramma dello sterminio nazista del popolo ebraico. Lei passò da una situazione di:

« Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura. » (10 novembre 1941)

a una nuova coscienza di distacco dai beni materiali, di “decantazione” delle esperienze vissute, di valorizzazione dei gesti quotidiani:

« Bene, accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se gli altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. […] Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato. » (3 luglio 1942)

Un frammento significativo del suo Diario, scritto il 20 giugno 1942, in piena occupazione dell’Olanda:

“La vita è difficile, ma non è grave”
Nel suo percorso di ricerca individuale la Hillesum trovò un nuovo atteggiamento verso la vita, che il curatore del Diario definisce “altruismo radicale”, nel tentativo di «aiutare Dio il più possibile», abbandonarsi in lui senza la necessità di riconoscersi in una specifica confessione di fede.[2]

« Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare sé stessi” non è proprio una forma di individualismo malaticcio.

Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. » (Diario, pp. 126-127)

SALVATORE MELLONE
Considerando Dio «la parte più profonda e ricca di me, in cui riposo», Etty trova una serenità mistica che farà sempre parte del suo cammino, fino alla fine.

«Scenda sul Papa la benedizione di Dio onnipotente». Salvatore Mellone ha mantenuto la promessa che aveva fatto qualche giorno fa a papa Francesco che lo aveva chiamato al telefono. La sua prima benedizione da prete è stata per il Pontefice. L’ha impartita giovedì pomeriggio poco dopo essere stato ordinato sacerdote dall’arcivescovo di Trani mons. Giovan Battista Pichierri.

A Salvatore resta poco da vivere, la malattia terribile, un tumore, che lo ha colpito al secondo anno di seminario, non gli ha però impedito di coronare il suo sogno e diventare prete. Con due anni d’anticipo rispetto all’iter normale di sei anni. L’ha voluto lui e mons. Pichierri ha consultato la Congregazione per il Clero per avere il via libera.

La cerimonia, assai toccante, dell’ordinazione si è svolta in casa di Salvatore, una palazzina al secondo piano alla periferia nord di Barletta. Oltre mille persone l’hanno seguita in diretta nella parrocchia del Ss. Crocefisso, quella di Salvatore, attraverso un maxi schermo. Al momento dell’imposizione delle mani, Salvatore si è prostrato a terra nonostante il fisico distrutto dal male. Alle 16.32 le campane della chiesa hanno suonato a festa per accogliere il neo sacerdote.

Molti piangevano perché Salvatore, al termine della messa e prima della benedizione impartita da lui, ha detto «grazie a Dio per quell’amore sconfinato che ha voluto riversare nella mia vita, sovrabbondante di grazia; quanta gioia oggi, quanta da oggi, quanta non solo oggi». Nonostante una malattia terribile.
Nel discorso di ringraziamento ha rivolto un pensiero anche ai medici, infermieri e gli ammalati che gli sono stati vicino, in un «dolore comune a tanti». «Non posso abbandonarvi proprio ora, sul più bello, perché Cristo mi dice vai e porta conforto a tutti».

«Fino a pochi giorni fa non riuscivo a dire: Signore sia fatta la tua volontà. Ma adesso lo pronuncio con il cuore più aperto, mi consola che mio figlio sia felice», ha detto mamma Filomena. La sorella, Adele, insegnante di religione, ha accompagnato il rito con la prima lettura e il salmo. C’era anche il sindaco di Barletta Pasquale Cascella con la fascia tricolore, dietro la poltrona dove stava seduto Salvatore. Al termine della cerimonia ha spiegato: «Questa semplice casa nella periferia della città si è trasformata in Duomo. La gioia e l’emozione di Salvatore erano la nostra commozione».

DUE GENITORI ADOTTIVI
Man mano che l’istruttoria procedeva matu­rammo la nostra disponibilità ad accogliere bim­bi non neonati e anche portatori di handicap fi­sici, a patto che si trattasse di problemi che fos­simo in grado di gestire con le energie di cui di­sponevamo, senza che la nostra esistenza ne ri­sultasse sconvolta. Strada facendo l’adozione internazionale assunse ai nostri occhi un’impor­tanza secondaria: ci rendevamo conto ogni giorno di più (e questo era anche il parere dei nostri interlocutori) che se davvero fossimo stati disposti ad accogliere un bimbo grandicello o portatore di qualche deficit, le probabilità dì adottare un bimbo italiano erano certamente più consistenti.

Così fu. Appena due mesi dopo aver ottenuto l’idoneità all’adozione, l’ANFAA – Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie, ci con­tattò per segnalarci un caso di difficile soluzio­ne: un bimbo neonato portatore di handicap per il quale il Tribunale per i minorenni, esaurita la propria lista di attesa senza trovare una famiglia disposta ad accoglierlo, si era rivolto all’asso­ciazione, chiedendole di cercare una famiglia per quel bambino, altrimenti destinato al ricove­ro in istituto. Chiedemmo di quale handicap si trattasse: “Acondroplasia” ci risposero, vale a dire una forma piuttosto rara di nanismo.

La nostra involontaria profezia si avverava! Mesi prima, quando insieme cercavamo di cal­colare quali handicap saremmo stati in grado di fronteggiare, avevamo infatti immaginato una lunga serie di situazioni possibili, ma la bassa statura proprio non ci era venuta in mente!

Spiazzati da questa proposta, oltremodo in­certi sulla nostra capacità di offrire risposte adeguate ad un handicap di cui nulla sapevamo e col quale mai eravamo venuti a contatto, cer­cammo per giorni e giorni, prima di vedere il bambino, di chiarirci le idee, parlandone per ore fra noi, tornando a consultarci con amici e parenti, chiedendo consiglio agli operatori del­I’ANFAA, che nel frattempo avevamo cominciato a frequentare con regolarità.

E al centro dei nostri discorsi stava soprattut­to un concetto: l’handicap, con la sua gestione, i problemi che avrebbe comportato e la loro solu­zione. Alla fine, dopo tante ipotesi, non restava che una cosa da fare: vedere il bambino. An­dammo a trovarlo nel gruppo-appartamento in cui era stato temporaneamente ricoverato. Lo prendemmo in braccio, provammo a cullarlo un po’, con tutta la goffaggine e l’impaccio di chi non ha mai avuto da cullare neanche fratellini più piccoli, e ci rendemmo conto che quello che stavamo coccolando non era “un handicap”: era un bambino. Per giorni e giorni avevamo ragio­nato sui problemi da affrontare, sulla nostra ca­pacità di gestire “l’handicap”, ora ci trovavamo di fronte niente altro che un bambino, che aveva bisogno di due genitori.

I problemi, tutti i problemi che avevamo imma­ginato (e anche tanti altri), restavano certo sul tappeto, ma adesso c’era una persona a cui pensare, c’era un faccino da immaginare.

Quella stessa sera, in un ristorante della peri­feria con una coppia di nostri amici brindammo “a nostro figlio”.

Adesso lui è sereno, chiacchierone, un po’ permaloso, spesso insicuro. A volte dobbiamo fare i conti con la sua paura di non riuscire ad imparare tutto quello che apprendono i suoi coetanei più alti, ma si lascia rassicurare: con i compagni di scuola è molto integrato e quan­do ha bisogno di aiuto lo chiede senza diffi­coltà.

Ogni tanto ci chiede a bruciapelo: «Perché ave­te preso proprio me? lo forse avrei voluto altri genitori…» oppure: «Perché quell’altra signora non poteva tenermi?». Qualche risposta rassicu­rante basta a farlo tornare a giocare sereno, ma ha sempre bisogno di essere rassicurato circa la nostra costante presenza e il fatto che la no­stra scelta di accoglierlo e volergli bene non possa più mutare. È molto affettuoso e ci sem­bra che abbia avviato un rapporto positivo con il mondo esterno.

La resa dei conti, lo sappiamo, deve ancora venire: ben presto metterà in rapporto la sua di­versità con il suo abbandono, e noi cerchiamo di prepararci a dargli le risposte più oneste, capaci di limitare l’angoscia che quella consapevolez­za potrebbe generare.

Nel frattempo ci godiamo l’allegria e la vitalità di un bimbo sereno.

1)Vangelo di Marco:

I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: «Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso.

Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».

2) Vangelo di Luca:

 Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».

Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte.

 Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò.

3) Vangelo di Giovanni:

Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.