di Viviana Daloiso

Avvenire – 22 luglio 2016  

L’acqua che sale, la benzina che fuoriesce dalle taniche, il gommone che si imbarca e si trasforma in una voragine di morte, coi migranti che si aggrappano ai bordi per non scivolare e le donne che si aggrappano con le unghie, che mordono e strillano, che alla fine soccombono. Non c’è fine all’orrore nel Mediterraneo. La nave Aquarius, col suo carico di morte e disperazione, ieri ha fatto il suo ingresso nel porto di Trapani. Ventidue i cadaveri nelle bare di legno, 21 le donne. Qualcuno voleva scaricassero prima quelle. Alla fine i volontari hanno avuto la meglio: troppo traumatico, per i vivi, veder di nuovo sfilare i morti davanti agli occhi.

Sembrano angeli, i disperati che sfilano sulla banchina avvolti negli asciugamani e le tute bianche. Quando iniziano a raccontare l’orrore che hanno vissuto nei due giorni trascorsi su quel gommone il tempo sembra fermarsi: «Ci hanno imbarcati tre notti fa. È stata una notte orribile, alcuni uomini sparavano colpi in aria, hanno radunato le persone e le hanno spinte verso il mare – spiega David, 30 anni, nigeriano come la maggior parte dei sopravissuti -. Hanno caricato troppe persone sulla nostra barca, troppe persone. La barca era completamente piena. Il fondo del gommone si è rotto, il peso delle persone lo ha lacerato e l’acqua ha cominciato a entrare. Quando l’acqua ha raggiunto l’altezza delle ginocchia, le ragazze che erano sedute al centro sono state prese dal panico, urlavano e gridavano».

È l’inizio della fine: alcune di loro provano ad alzarsi, ma scivolavano indietro nella pozza di acqua e benzina. «Alcune mordevano gli uomini con i denti, perché erano intrappolate sul fondo del barcone. Tutti nel gommone si muovevano in modo concitato. Non potevamo andare da nessuna parte ma le persone si spostavano, cercavano di non scivolare, di non rimanere intrappolate nella pozza di benzina e acqua, ma quando si muovevano da un lato o dall’altro entrava sempre più acqua. Abbiamo cominciato a buttare fuori acqua, la barca era completamente piena». Quando arriva la nave italiana vengono portate via per prime tutte le donne ancora in vita. «C’era una ragazza ancora viva sotto i corpi dei morti. È stata tirata fuori da sotto i corpi senza vita».

Mary, 24 anni, s’è salvata per miracolo: «Stavo annegando, lottavo per sopravvivere. Invece di aiutarmi, le persone mi calpestavano e mi usavano per cercare di stare a galla. Una donna incinta chiedeva aiuto, alcune persone erano già morte. Continuavo a chiedere aiuto ma nessuno mi aiutava. Non respiravo, ho dovuto mordere per cercare di respirare. Ho detto a Dio che non volevo morire». A prenderla per mano ha pensato il marito, che ha sentito le sue urla.

«Quando siamo arrivati sul luogo del soccorso ci ha colpito subito il silenzio. Di solito quando ti avvicini a un barcone le persone agitano le braccia per segnalare la loro presenza. Stavolta erano tutti in silenzio – racconta Erna Rijnierse, il medico di Medici senza frontiere a bordo dell’Aquarius -. Ho chiesto il permesso di entrare nella barca. L’acqua mi arrivava ai polpacci. C’era un odore fortissimo di carburante, misto a urina e altri elementi. Era difficilissimo non calpestare i corpi, ma volevo essere assolutamente certa che le donne fossero davvero oltre il punto di una possibile rianimazione. Alcune di loro erano già in rigor mortis. Era chiaro che non erano morte negli ultimi minuti e potevi vedere nei loro occhi che avevano lottato per sopravvivere». Dal punto di vista medico non c’è più niente da fare. Erna torna sulla barca: «Volevo controllare i sopravvissuti. Molti avevano bruciore agli occhi dovuto ai gas o al carburante. Altri avevano graffi e morsi sulle gambe, sulla schiena e sulle braccia. Probabilmente glieli avevano procurati le ragazze schiacciate a terra mentre cercavano di liberarsi. Deve essere stato un inferno».

Ablaygalo stringeva sua moglie, poi l’ha persa. Quando sono arrivati i soccorritori s’è voltato a guardare giù, sul gommone, per cercarla. L’ha riconosciuta dalla maglietta, che galleggiava sul liquame: «Come faccio? Come faccio?» ha urlato piangendo, gli psicologi lo hanno tirato indietro. «Poi abbiamo iniziato l’ultima parte dell’operazione – racconta ancora Ferry Schippers, coordinatore Msf a bordo della Aquarius -, recuperare i corpi senza vita. Tre uomini sono scesi sul gommone, pieno di corpi che galleggiavano in una pozza di acqua e carburante. Con una barella e una carrucola li abbiamo tirati a bordo uno a uno, nel massimo rispetto. Non importa quanti corpi prendessimo, il gommone sembrava non svuotarsi mai. Nella mente c’erano moltissimi pensieri. Ero arrabbiato ed ero pieno di tristezza per quelle persone sfortunate, soprattutto donne, che avevano sofferto così tanto. Non avevano commesso alcun crimine tranne quello di cercare una vita migliore in Europa».