di Ferdinando Camon

Avvenire – 24 maggio 2016  

Domenica scorsa ho letto (e riletto, per il piacere che mi dava) una dichiarazione del direttore generale della Banca Etica di Padova: «Attualmente il rapporto tra il mio stipendio, il più alto della banca, e quello più basso è pari a 4,6; per statuto, non può superare di sei volte l’ultimo salario. In Italia, in media, è di 50. Così si creano pesanti squilibri». E gli squilibri sono portatori di disobbedienza, trascuratezza, ostilità. Lo aveva previsto già Platone, nella sua Repubblica, quando consigliava che nella cittàstato da lui descritta il divario tra stipendio minimo e massimo fosse di 1 a 5.

La Olivetti, quando nacque, sotto la guida dell’ingegnere Adriano, stabilì che la differenza tra stipendio minimo e massimo stesse nel rapporto di 1 a 10. I manager super-retribuiti oggi ribattono: ma così si reprime il merito, i migliori dirigenti e lavoratori se ne vanno altrove, e l’azienda fallisce. In realtà quell’Olivetti dimostrò il contrario. Io sono un uomo di lettere (quindi, dalla cultura e dall’esperienza limitate), ma ricordo che dal mio campo, la letteratura, andarono a lavorare alla Olivetti alcuni fra i più grandi esponenti dell’epoca, i narratori Paolo Volponi, Ottiero Ottieri, i critici Geno Pampaloni e Franco Fortini, il poeta Giovanni Giudici… L’ufficio progetti dell’azienda era così efficiente che inventò, con molti anni di anticipo sul resto del mondo, una macchina calcolatrice che poteva dirsi l’antesignana del computer. La chiamarono Divisumma. Nessuno, tra i progettisti e inventori, fece mai obiezione sullo stipendio. Il rapporto 1 a 10 era pur sempre il doppio di quello pensato da Platone. Sabato scorso ha cominciato a circolare una notizia che rientra in questo filone: in Francia, quaranta personalità han chiesto al governo di fissare per legge un tetto allo stipendio dei manager delle maggiori società quotate in Borsa, e questo stipendio non dovrebbe superare più di 100 volte lo stipendio minimo. Il minimo è di 466 euro al mese, quindi il massimo non dovrebbe superare i 46.600 netti.

A me sembra comunque un divario enorme. Ma in questo momento ci sono in Francia super dirigenti, quelli che in America si chiamano Ceo, con uno stipendio pari a 240 salari minimi. È un divario troppo alto, dicono i 40 intellettuali nella loro lettera. La quale ha ricevuto in due giorni oltre 10mila firme. Il primo ministro Manuel Valls ha dichiarato: «Questa è la strada da seguire». Sono perfettamente d’accordo. Non per ragioni economiche, produttive, aziendali, di concorrenza tra industrie, ma per ragioni umane: non si può umanamente approvare un sistema che assegna a un dipendente 240 volte più che a un altro dipendente, perché il primo avrà il superfluo da sprecare, il secondo non avrà il necessario per vivere. Quando poi i due uomini saranno vecchi e andranno in pensione, la differenza si manterrà: uno avrà una vecchiaia dorata, regalerà case ai nipoti, l’altro non avrà da mangiare, ai nipoti chiederà aiuto.

Del primo i nipoti saranno orgogliosi, il secondo davanti ai nipoti si vergognerà. È questa sproporzione che va abolita: che un uomo valga un duecentoquarantesimo di un altro uomo. Tutto questo sarà ‘capitalistico’ ma non è cristiano, non è marxiano, non è umano. Forse alla Olivetti non volevano questo sistema perché non è marxiano. Forse in Italia non appare cristiano. Ma Platone non poneva quel limite per ragioni marxiane o cristiane, ma per ragioni umane. Da noi ci sono pensioni da 300 euro al mese e pensioni da 90mila. Certo, queste ultime sono poche. Ma il rapporto è da 1 a 300. Platone, Adriano Olivetti, la Banca Etica e ora le decine di migliaia di intellettuali francesi si scandalizzano. Mi rendo conto che toccare i privilegi consolidati è delicatissimo, ma almeno blocchiamoli a partire da oggi. Si può tradurre quella lettera francese, e rilanciarla in Italia?