Misericordiosi come il Padre è il tema che Papa Francesco ha voluto dare all’anno giubilare della Misericordia che stiamo vivendo.
Dio Padre è misericordioso, anzi è misericordia. Ciò significa che Dio ci ama come figli e, nonostante i nostri difetti, le nostre ribellioni, i nostri rifiuti, ci viene a cercare e con amore
ci riconduce alla vita, ci perdona, ci ridona dignità,. ci ridà fiducia. Dio Padre è misericordioso perchè non butta via nessuno, non scarta mai nessuno, anzi, la pecora smarrita, ferita, sola, è quella che più profondamente egli ama e cerca.
Così come il Padre siamo chiamati ad essere noi. Con lo stesso amore, con lo stesso cuore accogliente, con la stessa capacità di perdono che abbiamo visto e sperimentato in Gesù, siamo chiamati ad amarci gli uni gli altri.

bassetti1Il Card. Bassetti ha introdotto il tema dell’incontro di Todi ricordando la domanda“Perché nel nostro tempo l’umanità ha bisogno della misericordia ? ” che il giornalista Andrea
Tornielli rivolse a Papa Francesco e come questi gli rispose con grande chiarezza:
«Perché è un’umanità ferita, un’umanità che porta ferite profonde» che non solo ha perso il «senso del peccato» come diceva Pio XII ma «che cerca salvezza dove si può». Cioè si aggrappa a tutto, «ai maghi e ai chiromanti», a chiunque sia in grado di fornire un senso alla vita. Gli uomini e le donne della nostra società, infatti, sono spesso consapevoli delle ferite che portano, ma non sono in grado di darne una spiegazione, di capirne i motivi e, soprattutto, non riescono a comprendere che la medicina per guarire queste ferite non è un prodotto che si può acquistare facilmente in una farmacia qualsiasi.
In questo clima sociale caratterizzato dallo smarrimento e spaesamento, la Chiesa – ha ricordato il Cardinale – svolge un ruolo fondamentale: quello di prendersi cura di questa umanità ferita e di annunciare all’uomo moderno, confuso e nichilista, che la medicina di cui ha bisogno è la Misericordia divina. Attenzione, qui c’è uno snodo importante su cui bisogna intenderci. La Chiesa non concede misericordia ma apre le porte della misericordia. La misericordia, infatti, è di Dio, non è degli uomini. Perché, come scrive Francesco, «il nome di Dio è misericordia».
Ma cos’è questa misericordia di cui tanto oggi si parla e che spesso viene confusa con un sentimentalismo buonista? Come ho già avuto modo di scrivere – ha ricordato il Card. Bassetti – la misericordia «non è una superficiale verniciatura di bianco che copre i nostri peccati; non è una pennellata di smalto luccicante sopra le nostre sporcizie; e non è neanche un’operetta teatrale recitata con un linguaggio sdolcinato e melenso» ma è, all’opposto, «la testimonianza virile della presenza di Dio nella vita degli uomini. Una testimonianza che si presenta come una propensione all’accoglienza e al perdono e che ci mostra, inequivocabilmente, qual è la strada dell’amore cristiano».

A mio avviso – ha sottolineato il Card Bassetti – questo annuncio d’amore è rivoluzionario. Oggi, in un mondo così secolarizzato e così lontano da Dio, in un mondo così lacerato e diviso, c’è un bisogno disperato di perdono per i peccati degli esseri umani e dell’azione della misericordia divina. A quest’uomo bramoso solo di vivere per se stesso, reso cieco dall’avidità di possedere e dalla mancanza di amore verso l’altro, viene data una splendida opportunità: quella di essere perdonato e di essere invaso dall’amore di Cristo.
La Chiesa oggi si fa portatrice di questo annuncio di amore misericordioso a tutta l’umanità. E come compie questo annuncio? Attraverso un modo nuovo di essere Chiesa missionaria che il Papa ha sintetizzato con un’immagine: la «Chiesa come ospedale da campo». Ovvero una «Chiesa in uscita» che, afferma Francesco, assomiglia ad «una struttura mobile, di primo soccorso, di pronto intervento, per evitare che i combattenti muoiano. [In questo ospedale da campo] si pratica la medicina d’urgenza, non si fanno check-up specialistici».
Per capire in profondità la missione della Chiesa in questo tempo di misericordia teniamo ben a mente le parole di San Giovanni della Croce, quando dice che: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore!”.

Sete di Dio.
La pietà popolare nel nostro Paese – ha spiegato il Cardinale – sorregge da secoli una fede antica, robusta e radicata, benché in balìa degli sconvolgimenti e delle mode. Una sete di Dio “che solo i semplici e i poveri possono conoscere” . E vi si scopre quanto visceralmente il nostro popolo sia consapevole che senza la grazia divina nulla si può costruire nella vita quotidiana, nella Chiesa e nella società.
Cantava nel Duecento Jacopone da Todi: “Misericordia peto e non rasone et eo la voglio lei per avocato; de lacreme li faccio offerzïone, de cor contrito o multo amaricato”. Il bisogno di senso che l’uomo sperimenta da sempre, con le modulazioni di epoca e cultura, è la radice del dinamismo della misericordia: chi più si apre ne può scorgere e sorseggiare la bellezza.
A Collevalenza tanti pellegrini si accostano penitenti alle acque delle piscine del santuario dell’Amore Misericordioso fondato dalla beata Madre Speranza. La mistica spagnola, il 6 maggio 1960, il giorno del ritrovamento della prima falda acquifera che avrebbe alimentato le piscine, pregò così:
“Sia quest’acqua la figura della tua grazia e della tua misericordia.
Da’, Signore, a quest’acqua la forza di guarire il cancro e la paralisi, uno figura del peccato mortale e l’altra del peccato abituale… Il cancro uccide l’uomo, lo disfa; la paralisi lo rende inutile, non lo fa camminare… Da’ all’acqua la virtù di far guarire i malati, i malati poveri che non hanno mezzi, anche con una sola goccia d’acqua”.
L’acqua che sgorga nelle piscine di Collevalenza è una metafora concreta del Giubileo della Misericordia proclamato da papa Francesco. Le impressionanti immagini del “cancro” e della “paralisi”, usate dalla beata Madre Speranza, si applicano infatti non solo al corpo dei singoli individui ma anche a quello della società e a questo nostro tempo.
È ormai giunto il momento, quindi, in cui tutti gli uomini e le donne di buona volontà sappiano operare per il bene comune senza dividersi e superando ogni lacerazione del passato. È venuto il momento, quindi, in questo tempo di misericordia, di essere concretamente degli operatori di pace e non seminatori di zizzania; di essere autenticamente testimoni del Vangelo e non idolatri di se stessi; di essere veramente dispensatori di carità e non fautori di egoismo sociale; di essere, infine, come il Samaritano che accoglie e non come il sacerdote e il levita della parabola che volgono il capo dall’altra parte. Bisogna operare con tutte le nostre forze, come diceva Giorgio La Pira, per costruire dei ponti di dialogo e abbattere tutti i muri di inimicizia. Occorre vivere e frequentare le periferie esistenziali del mondo moderno.

Verso le periferie esistenziali.
Tra i molti meriti di Papa Francesco c’è anche quello di avere acceso una luce nuova sul tema delle periferie. Le periferie a cui fa riferimento il papa, infatti, non sono soltanto un luogo fisico, ma sono un luogo dell’anima. Sono le periferie nascoste dell’animo umano e le periferie visibili e reiette della nostra civiltà. Sono, per l’appunto, quelle che lui ha definito periferie esistenziali
Alcuni anni fa al teatro Lyrick di Santa Maria degli Angeli, avemmo la felice intuizione con i miei confratelli vescovi dell’Umbria di organizzare un convegno – uno dei primi in Italia – che partiva proprio dalle parole profetiche della prima omelia di papa Francesco. Il titolo di quel convegno era: “Custodire l’umanità. Verso le periferie esistenziali”.
Quello che oggi è in gioco, pensammo allora, non è tanto la tenuta di un sistema politico o la crisi di un sistema economico. Quello che è in gioco è il valore ontologico della persona umana, nella sua densità antropologica e nella sua incalpestabile dignità. Una dignità che viene messa continuamente in discussione in tutte le dimensioni dell’agire umano: nei rapporti interpersonali, nei luoghi di lavoro, nella vita quotidiana e anche nelle periferie urbane del mondo attuale: nelle banlieue francesi, nelle favelas brasiliane e nelle villas miserias argentine. Ma anche, all’opposto, nella borsa-valori di Londra o di New York, nei casinò di Las Vegas negli Stati Uniti o nei quartieri più ricchi di una qualsiasi metropoli della Terra.
In tutti questi luoghi, così apparentemente lontani e diversi, la principale emergenza da affrontare non è certo una sbagliata interpretazione teologica di un qualsivoglia documento magisteriale, oppure un “disordine” rispetto al precetto liturgico o alla norma morale. Lì, in quelle periferie, in quei luoghi di emarginazione e di miseria, oppure, all’opposto, in quei luoghi di opulenza e ricchezza sfrenata, esiste una drammatica solitudine esistenziale e una ancora più preoccupante fragilità sociale.
Queste due diverse periferie sono tali per un motivo semplice: sono entrambe lontane dal Centro che è Cristo. E le persone che vi abitano, sempre più ignorano drammaticamente che sono figli dello stesso Padre, dello stesso Dio, dello stesso Creatore. E lo ignorano perché il mondo contemporaneo è ormai caratterizzato da un individualismo e da un nichilismo di massa che rischia di dar vita, come ha detto Francesco, ad una apostasia di massa.
Ma non solo. Il nostro è un mondo a cui piace autorappresentarsi come una realtà forte, felice e sicura. Ma è in realtà un mondo che ha tragicamente paura. Di cosa ha paura? Ha paura del diverso, del forestiero, dell’emarginato, del migrante. Ha paura di colui, cioè, che non rientra in uno schema di vita dove tutto è pianificato per produrre e ammassare dentro i granai, oppure tutto è programmato per raggiungere un piacere immediato. Un piacere carnale, effimero, svuotato di significati. E riempito solo di immagini e slogan.
Dov’è la felicità in tutto questo, si è domandato il Card. Bassetti ? Dov’è la sobrietà che Maria ci ha insegnato con il suo fulgido esempio? Dove è la gioia del Vangelo che ci è stato annunciato? Faccio mie le parole di papa Francesco. “Chiediamo al Signore questa grazia: che il nostro cuore diventi libero e luminoso, per godere la gioia dei figli di Dio”.
Prendiamo come modello, pertanto, i tantissimi esempi di uomini e donne che hanno testimoniato la gioia di essere figli di Dio fino a dare la vita. Per esempio, Charles De Foucauld che osò l’inosabile, come avrebbe detto La Pira, e visse nel deserto del mondo moderno fino a trovare la morte. De Foucauld, come ha scritto Pierangelo Sequeri, è stato “una lettera aperta, in presa diretta sulle periferie del mondo (…) E mentre i palazzi e le accademie discutono, l’immensa periferia delle generazioni del mondo già brucia. De Foucauld porta in primo piano la lezione del seme evangelico della fede che sfida la paura”.

Testimoni dell’assoluto.
De Foucauld è stato, senza dubbio, un testimone autentico dell’Assoluto. Un testimone che ha vissuto le periferie del mondo moderno ed in virtù di questa testimonianza è stato un maestro per intere generazioni di cristiani. Paolo VI, con parole profetiche, sosteneva che «l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» .
I testimoni invocati da Paolo VI, sono oggi i missionari evocati da Francesco. Parlare oggi della “Chiesa in uscita” non significa, infatti, soltanto riferirsi al magistero attuale, ma significa riferirsi, invece, alla più antica e profonda tradizione della Chiesa. La Chiesa, infatti, è per definizione una Chiesa che annuncia il Vangelo e, quindi, una Chiesa autenticamente missionaria.
Una Chiesa statica, ferma, che dispensa sacramenti ma che non evangelizza è, infatti, una Chiesa esangue, senza spina dorsale e, in fin dei conti, una Chiesa morente. Una Chiesa “in uscita”, che si sporca con il fango delle periferie, che annuncia il Vangelo agli ultimi è, invece, una Chiesa coraggiosa, umile e, in conclusione, una Chiesa autenticamente viva.
In definitiva, questa Chiesa in uscita che va nelle periferie esistenziali e che apre le porte della misericordia, ci invita ad una conversione profonda fondata sull’amore e ci esorta, con forza, ad allontanarci da quella che il papa ha definito la “psicologia dei dottori della Legge” che rischia di chiuderci in una mentalità legalistica. Perché, come ha detto Francesco, “Gesù invia i suoi non come detentori di un potere o come padroni di una legge. Ma li invia nel mondo chiedendo loro di vivere nella logica dell’amore e della gratuità”.

Antonio Colasanto