di Bruno Guizzi

Gaeta – 1 ottobre 2016
Nota: Queste poche righe sono da me scritte a titolo personale e non riflettono necessariamente né il pensiero di altri membri dell’equipe né, a fortiori, quello della Caritas.   

Una delle cose che mi ha immediatamente colpito, quando ho visto per la prima volta i nostri “fratelli” così fortunosamente arrivati da noi a partire dal loro paese, distante migliaia di chilometri, attraverso il loro viaggio nel “mare monstrum”, come vien ormai chiamato il nostro Mar Mediterraneo; oltre naturalmente ai volti smarriti, alla loro paura, alla loro stanchezza, all’olezzo che i poveretti emanavano dopo giorni e giorni in cui non avevano conosciuto che l’acqua salata, è stata quella di vederli tutti indossare degli infradito rossi, tutti eguali.
Al momento avevo davvero altro a cui pensare, nel prendere con fatica le loro generalità e nel fornire generi di prima necessità, ma poi mi è venuta in mente la famosa serie televisiva, tra l’altro migliore a mio avviso, di tante altre, che si chiama appunto “Braccialetti rossi”. In un caso si tratta di bambini e ragazzi colpiti da una malattia, spesso seria, che si trovano insieme in un ben attrezzato ospedale, in un altro invece di ragazzi la cui unica colpa è quella di essere nati in un paese da cui sfuggire per una guerra o per la fame, in cerca di un futuro migliore.
Probabilmente qualche capoccione della Croce Rossa o del governo ha visto il serial televisivo su indicato ed ha deciso di emularlo… non posso pensare altrimenti, in quanto sarebbe stato più agevole fornire ai nostri ragazzi almeno un paio di ciabatte, più comode e che almeno non provocano lesioni ai piedi se usate per lunghe camminate. Se proprio ci tenevano le potevano ben scegliere anche di colore rosso… ma forse “ciabatte rosse” non sarebbe stato un titolo appetibile.
Il bello (si fa per dire) è che, a parte gli infradito, nessuno è stato fornito al suo arrivo in Italia nemmeno di una maglietta o di un pantaloncino pulito, … forse non c’era il serial televisivo adeguato (T shirt amaranto o boxer verde smeraldo) a cui rifarsi!
In parole povere i nostri amici sono arrivati, dopo vari giorni di viaggio, con gli stessi vestiti, pardon con gli stessi stracci ( tranne due che avevano ferite di vario genere!) che indossavano alla loro partenza dalle poco controllate coste libiche, stracci che erano stati col loro contenuto umano per varie ore in un gommone che pian piano si riempiva d’acqua e che rischiava di affondare, sempre col suo contenuto umano! Tanto il viaggio era già stato pagato ed i trafficanti ormai si guardano bene dall’andare con loro, se no rischiano di essere arrestati, e quindi restano sani e salvi in Libia, arricchiti da un altro carico umano mandato allo sbaraglio, alla ricerca di altri disperati che sembrano non finire mai.
Che dire? Dopo una settimana i nostri ragazzi hanno acquistato fiducia, si vestono e si lavano con estrema cura, sono tornati a sorridere, a pregare secondo la loro religione, hanno riacquistato la loro dignità di uomini, anche se poveri e disperati, anche se con una religione e con un colore della pelle diversi dai nostri! E poi dalla settimana prossima cominceranno anche ad imparare l’italiano, cosa che tra l’altro mi hanno subito richiesto, ed allora ci potranno raccontare ancora meglio le loro storie, e spero di condividerle con voi, con qualche riga più “seria” di quelle che vi ho appena inoltrato.