di Emanuela Citterio

Mondo e Missione – 20 maggio 2016

Alla conferenza Italia-Africa che si è svolta alla Farnesina questa settimana non è stato invitato nessun esponente delle associazioni. Eppure il premier ha detto che quello che caratterizza l’identità dell’Italia è «la più grande rete di associazionismo e volontariato che ha oggi l’Unione europea».  

L’Italia non ha mai organizzato prima una conferenza a così alto livello con l’Africa come la Conferenza ministeriale tra Italia e Africa che si è svolta due giorni fa, il 18 maggio, a Roma, che ha visto confrontarsi alla Farnesina oltre 40 ministri africani. Per la prima volta il nostro Paese è uscito dal pantano del pietismo e dell’immagine dell’Africa come terra di povertà e conflitti: «Sarò franco – ha detto il premier Matteo Renzi – a noi il rapporto con l’Africa preme non solo per una visione etica, ma per una visione politica e di utilità reciproca».

L’Italia arriva in ritardo e ne è consapevole. Da decenni l’Africa viene vista come occasione economica da non perdere. Scriveva ieri il Corriere nell’editoriale sulla conferenza Italia-Africa: «Le enormi ricchezze del sottosuolo, la progressiva nascita del grande mercato, gli alti tassi di crescita appena ridimensionati dalle materie prime, hanno fatto da sfondo alle ambizioni di rivali francesi, americani, britannici, tutti impegnati a difendere zone d’influenza ex coloniali o neocoloniali poi ridotte al lumicino dall’arrembaggio cinese».

Quindi qual è l’Italia che il premier ha presentato in questa arena così competitiva? Renzi ha chiarito che il nostro Paese non può competere con altri dal punto di vista della cooperazione economica e tecnologica e degli investimenti. Un’affermazione lapalissiana: nel 2012, gli investimenti diretti italiani non andavano oltre i 310 milioni di euro, mentre quelli cinesi superavano abbondantemente i 12 miliardi di euro. L’Italia non può vantare nemmeno di una rete diplomatica capillare che consenta di rafforzare la presenza sull’insieme del continente. Per non parlare dei fondi di cui dispone la cooperazione italiana, nettamente inferiori rispetto a quelli della cooperazione britannica, come ha giustamente scritto la testata del terzo settore Vita.

Qual è allora il lato migliore dell’Italia? Quello che la caratterizza nel profondo della sua identità? (Sì, il premier ha usato la parola identità).

È «l’Italia forte dei suoi valori più fondamentali, e cioè la più grande rete di associazionismo e volontariato che ha oggi l’Unione europea – ha detto Matteo Renzi – . Noi non abbiamo il Prodotto interno lordo più in crescita in Europa, abbiamo però un livello di presenze dal punto di vista dell’innovazione e di volontariato che non ha eguali. Questo vogliamo condividere. E di questo vogliamo parlare insieme».

Peccato che a una conferenza così importante, dove l’Italia viene presentata come il Paese delle associazioni e del volontariato, non sia stato invitato nessuno di questo mondo: niente associazioni, niente ong, niente reti della società civile.

Oltre ai rappresentati dei governi c’erano quelli del mondo delle imprese, con in testa Eni, Enel e Finmeccanica ma nessun esponente di quella rete così vitale che, secondo Renzi, costituisce addirittura il punto di forza e l’identità del nostro Paese.

L’impressione è che quando il gioco si fa duro e i gli incontri diventano di “alto livello” – e questo senza dubbio lo era – chi lavora sul terreno in Africa, magari da decenni e accanto alle popolazioni locali (e che proprio per questo potrebbe sedere ai tavoli con autorevolezza apportando idee significative) sia del tutto ignorato.