PowerPoint Presentation

di Antonio Maria Mira

Avvenire – 16 novembre 2019

Respinta la sua domanda di asilo, prima dello sgombero del ghetto di San Ferdinando è stato spostato in un Cas a Nicotera. Con il decreto Sicurezza non ha più diritto al suo percorso di integrazione  

Ousmane Camara viveva nella baraccopoli di San Ferdinando. Lavorava. Bracciante sfruttato da caporali e imprenditori. Aveva fatto domanda d’asilo ma era stata respinta. Era, come si dice in gergo tecnico, un “diniegato”.

Poco prima dell’intervento delle ruspe, circa otto mesi fa, lo convinsero, forze dell’ordine e funzionari di Questura e Prefettura a trasferirsi in un Cas di Nicotera, in provincia di Vibo Valentia. «Andrai a stare meglio» gli dissero i funzionari della prefettura di Reggio Calabria. Così era salito su un pullman messo a disposizione. Uno dei pochissimi ad accettare il trasferimento. Si era fidato. Allora si disse che nei Cas sarebbero andati solo quelli che ne avessero diritto. Dunque Ousmane, 23 anni della Guinea, ne aveva diritto. In realtà i diniegati non possono essere accolti nei Cas e ancor meno negli Sprar. Lo impone il cosiddetto ‘decreto sicurezza’. Ma la baraccopoli andava svuotata. E si è chiuso un occhio. Questo alla fine di febbraio.

Così Ousmane è stato accolto nel Cas Hotel Miragolfo di Nicotera, albergo a quattro stelle da poco ristrutturato, gestito dall’Associazione Culturale Acuarinto di Agrigento. Ma dopo otto mesi la prefettura di Vibo Valentia cambia tutto e decide che, invece, non ha più diritto e che bisogna «procedere alla revoca delle misure di accoglienza di cui fruisce».

E Ousmane rischia di finire per strada, o di tornare in una baracca, proprio quella che gli avevano abbattuto promettendogli un’accoglienza finalmente degna e umana. È come nel gioco dell’oca, quando finisci nella casella “torna al punto di partenza”. Così potrebbe toccare al giovane immigrato, illuso otto mesi fa, e ora scaricato.

Il motivo, come si legge nel decreto del prefetto di Vibo Valentia, è che Ousmane ha presentato “domanda di protezione internazionale reiterata” e che questa è stata dichiarata “inammissibile dalla” Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. In altre parole il giovane ha chiesto alla Commissione di analizzare nuovamente la sua situazione e gli è stata respinta. Anzi è stata dichiarata inammissibile. Così non ha potuto neanche spiegare le sue ragioni. Davvero incredibile. Otto mesi fa è stato ‘salvato’ dalle condizioni indegne della baraccopoli, oggi è tutto dimenticato.

Non si tiene conto dello sfruttamento lavorativo che ha subito, della sua condizione di fragilità. Così ora dovrà lasciare il Cas. Il decreto del Prefetto porta la data del 6 novembre e, come si legge, «avrà effetto dal settimo giorno successivo alla notifica». Certo, si legge ancora, «avverso il provvedimento di revoca è ammesso ricorso al Tar entro 60 giorni dalla notifica». Difficile che il giovane abbia i soldi per farlo, per pagare un avvocato.

Chi lo ha mandato a Nicotera sapeva sicuramente tutto. Avrà letto i documenti. Anche perché, come abbiamo detto, erano stati in pochi ad accettare il trasferimento. C’era tutto il tempo. Invece si aveva fretta di mandarli via per mettere in scena sgombero e ruspe. E poter dire “tutto risolto”, come annunciò l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Poi se ne sarebbero occupati nel luogo d’arrivo. Uno scaricabarile. Ma a Vibo ci hanno messo otto mesi per scoprire che Ousmane non poteva restare. Otto mesi nei quali i gestori del Cas hanno incassato dal Viminale i fondi anche per la sua accoglienza. Un centro molto grande, più di 170 posti, gestito dall’Associazione Culturale Acuarinto, con una lunga esperienza nella gestione dei Cara e dei Cie, e collegata alla Gepsa, società francese specializzata nella gestione privata delle carceri, che è, a sua volta, controllata, attraverso la Cofely Italia, dalla Gdf Suez, oggi Engie, uno dei big mondiale dell’energia. Uno dei primi esempi di società straniere entrate nel “mercato” dell’accoglienza. Intanto per Ousmane, spostato come un pacco postale, si apre un futuro che è ancora una volta contrassegnato da emarginazione, abbandono e esclusione. Quelli da cui pensava di essere sfuggito. Quasi da rimpiangere la baracca di San Ferdinando. E come lui anche altri sono nelle stesse condizioni: andranno a ingrossare le file degli invisibili.