di Nello Scavo

Avvenire – 10 ottobre 2019  

Il sottosegretario all’Interno, Variati: «Il superboss libico aveva un visto regolare di ingresso» Ma restano da chiarire le modalità del suo arrivo a Mineo e i partecipanti all’incontro del 2017

Abd al-Rahaman al-Milad, il famigerato Bija, l’11 maggio 2017 è arrivato da Tripoli nel centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, in Sicilia, dove era organizzato un incontro con funzionari italiani. Anche per l’Onu Bija è considerato un trafficante di esseri umani sospettato di aver fatto affogare decine di persone, colpevole di efferatezze nel campo di Zawijah; chi l’ha invitato in Italia per trattare in segreto?

Ogni giorno ha la sua versione. E mercoledì il governo ne ha data un’altra. Non priva di inesattezze e omissioni. A cominciare dai silenzi circa i componenti della delegazione italiana presente agli incontri del 2017 con Bija e glissando sulla continuità di rapporti con il trafficante fino ai giorni nostri. Stavolta, quantomeno, non è trattato dei «sussurri » anonimi.

Bija fornì un nome falso?

Rispondendo al question time presso la Commissione Affari costituzionali, il sottosegretario agli Interni, Achille Variati (Pd), ha lasciato intendere che i documenti forniti da Bija per ottenere il visto d’ingresso in Italia fossero difformi dal suo vero nome. «Nell’elenco dei componenti della rappresentanza fornita dall’Oim (Organizzazione internazionale dei migranti, ndr), figurava il seguente nominativo, Abdurahman Salem Ibraim Milad che era – chiarisce Variati – in possesso di regolare visto di ingresso per breve periodo, rilasciato dalla rappresentanza diplomatica italiana in Libia». Il giorno prima fonti anonime del Viminale avevano detto all’Ansa che il signore della guerra di Zawyah (nel distretto di Zuara) era arrivato in Italia «probabilmente con documenti falsi». Secondo il sottosegretario il nominativo, presentato come ufficiale della Guardia Costiera di Zuara, «sulla base degli atti acquisiti, è quello che poi è stato ricondotto ad Abd al-Rahman al-Milad», cioè Bija. Un gioco di prestigio del libico, dunque, per ottenere il visto. Il nome fornito è in realtà quello indicato per esteso anche dalla stampa internazionale che da anni, e non di rado, riporta proprio il nome che invece secondo le autorità italiane sarebbe dubbio. Nel 2017 la tedesca Süddeutsche Zeitung aveva perfino vinto il Premio europeo dell’informazione proprio per una inchiesta in Libia: protagonista il trafficante e comandante Abdurahman Salem Ibraim Milad. «La presenza del criminale Bija a un incontro con autorità italiane nel 2017 è un fatto grave e molto pericoloso», ha detto il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5s) firmatario di una delle due interrogazioni, rimproverando proprio le omissioni del governo.

Nessuna notizia di reato?

Altra scusante accampata in questi giorni e ribadita ieri alla Camera, riguarda la tardiva segnalazione dell’Onu circa le responsabilità di Bija. Continuando a rispondere a due interrogazioni – una cofirmata da Riccardo Magi (+Europa) e Renate Gebhard (Gruppo Misto), laltra depositata dal presidente della commissione, Giuseppe Brescia (M5S) – il delegato del Viminale ha detto: «Si evidenzia che solo con provvedimento del 7 giugno 2018 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha disposto le sanzioni internazionali », cioè «più di un anno dopo dall’ingresso in Italia della citata delegazione libica». In particolare, Milad «è stato iscritto nell’elenco delle persone fisiche e giuridiche soggette al blocco dei beni, al divieto di viaggio e ad altre misure relative ai tentativi di esportare illecitamente il petrolio». Se è vero che le sanzioni sono arrivate un anno dopo, nella risposta ai parlamentari non è stato segnalato il rapporto Onu dell’1 giugno 2017 (Bija aveva lasciato l’Italia il 15 maggio) quando veniva indicato chiaramente come il capo della Guardia costiera di Zawyah, al centro del traffico di esseri umani e di altre attività illegali. E il giorno prima dell’incontro nel Cara di Mineo un circostanziato report del Centro Alti Studi per la Difesa (definito dall’omonimo ministero come «l’organismo di studio di più alto livello nel campo della formazione dirigenziale e degli studi di sicurezza e di difesa »), indicava in Milad il superboss dei business illeciti nell’area costiera da Tripoli al confine con la Tunisia, con particolare riferimento alle violeazioni dei diritti umani finalizzate al traffico di persone. Possibile che nessuno conoscesse queste informazioni?

I silenzi sui funzionari italiani e i rapporti attuali con Bija

Nei giorni scorsi le solite fonti anonime del Viminale, riportate su alcune agenzie di stampa, hanno insistito su un punto: al tavolo con Bija non c’erano funzionari dell’intelligence o della sicurezza italiana. Al contrario una nota dell’Oim da Ginevra (che per il governo avrebbe richiesto la missione dei libici in Sicilia) ha ribadito che «in quei giorni funzionari del Ministero dell’Interno italiano erano dappertutto ». Che un Paese voglia proteggere la propria intelligence, non soprende. Ma è curioso che non si sia voluto rispondere a un altra domanda dei parlamentari: i rapporti tra Italia e Bija sono continuati anche dopo? Silenzio. «Da mesi chiedo con forza l’istituzione di una commissione di inchiesta. Devono essere ricostruiti – insiste Riccardo Magi – tutti i passaggi che hanno portato il nostro governo a stipulare accordi con criminali. Mentre si buttava fumo negli occhi, infamando il lavoro delle Ong, si finanziavano e addestravano le milizie e i veri trafficanti di uomini».

TUTTE LE PUNTATE DELL’INCHIESTA SUL TRAFFICANTE LIBICO BIJA

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