di Anna Spena

vita.it/ – 7 ottobre 2016  

Non ha vinto il Premio Nobel della Pace. «Ma lo merita tutto», dice a Vita.it Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa che da 25 anni accoglie e visita i migranti. «L’isola non ha mai rifiutato nessuno, non ha mai eretto muri con fili spinati. Spero che questa tragedia finisca, ma se non dovesse finire noi saremo sempre qua. Sempre pronti ad accogliere. Dobbiamo riconoscerlo l’Italia è campione di accoglienza e solidarietà»

La voce instancabile con dentro tutta la dolcezza della vita. Eppure Pietro Bartolo – il medico di Lampedusa – di tragedie ne ha viste tante. Ed è un uomo così umano che le ha fatte sue. Le ha fatte sue nel senso che alleviare le ferite è diventata una missione. «Non ci sono solo quelle fisiche», racconta. «Ad ogni persona che arriva sulle coste di Lampedusa faccio prima una carezza. Il sentirsi accolti è la medicina migliore».

Pietro Bartolo è anche uno dei protagonisti del film documentario Fuocoammare, regia di Gianfranco Rosi, che rappresenterà il cinema italiano alla sezione Premio Oscar per il miglior film straniero: «Non sono un attore. Sono anni che volevamo che si accendesse questo faro e spero che attraverso questo messaggio si possa contribuire a dare fine a questa tragedia». Tragedia che non è iniziata negli ultimi anni. Bartoli ha da poco pubblicato un libro, edito da Mondadori, “Lacrime di sale: la mia storia quotidiana di medico di Lampedusa fra dolore e speranze” che ripercorre la sua storia in prima linea nell’emergenza migranti. «Il primo sbarco me lo ricordo ancora. Era il 1991. Arrivarono tre ragazzi: migranti». Lampedusa non ha vinto il Nobel per la Pace 2016. Ma nessuno ha dubbi sul fatto che lo meritasse eccome…

Lampedusa e il Nobel per la Pace…

Anche se non l’ha vinto se lo merita tutto. Sono 25 anni che si impegna, ed è instancabile. L’isola non ha mai rifiutato nessuno. Non ha mai eretto muri con fili spinati. Se avessi potuto scegliere il Nobel l’avrei dato a Lampedusa insieme alle isole greche; in modo particolare Lesbo. Se diciamo che il Mediterraneo unisce – ed è vero che unisce – dovremmo unire i popoli che sono in prima linea per soccorrere i migranti.

Ricorda il primo sbarco?

Me li ricordo tutti. Anche se in 25 anni ne ho visti davvero tanti…Era il 1991. Sull’isola sono arrivati stremati, dove aver attraversato il Mediterraneo su una barchetta piccola, tre ragazzi africani. Erano di colore e per tutti noi lampedusani quella era una novità. Li chiamavamo i “turchi” – tutti i ragazzi di colore li chiamiamo così, ma mai in senso dispregiativo, anzi. I ragazzi erano spaventati e si sono rifugiati in un piccolo alberghetto in costruzione. Poi è stato solo un crescendo. Gli sbarchi continuarono, ma il vero balzo in avanti nel flusso di migranti si ebbe nel 2011, con la Primavera Araba in Tunisia e poi con la caduta del regime di Gheddafi in Libia. Ero anche da solo come medico all’inizio. Li visitavo sulla banchina, nel 1997 siamo diventati due, oggi siamo quattro: ma io sono il medico vecchio ormai (sorride).

E l’Europa che resta ferma?

È vero che potrebbe fare di più. Ma onestamente non mi sento di dire che non fa niente. Sono anche le navi degli altri Paesi europei che quasi li vanno a raccogliere sulle coste libiche. Navi francesi, polacche, anche inglesi. Poi sì, li salvano ma dopo non vogliono tenerli. Bisognerebbe rivedere il trattato di Dublino.

L’Italia invece sì

Questo Paese è il campione del mondo in accoglienza e solidarietà.

Ma una parte comunque non è ben predisposta…

Non è colpa dei cittadini. La colpa è di chi “comanda” che da informazione sbagliate. Molti italiani hanno ancora troppi pregiudizi: “i migranti portano malattie”; “rubano il lavoro”; “sono terroristi”. Ma non c’è nulla di vero. Io sono un medico e lo dico chiaro: sono persone sanissime; se qualcuna arriva malata, la malattia, l’ha contratta alla fine di questo viaggio eterno, lungo due anni. La traversata nel Mediterraneo è mortale. Se non fossero sani da capo a piedi non potrebbero sopportare tutto quello che alla fine superano: non sono umani ma dei superman straordinari che resistono ad ogni sofferenza fisica. Arrivano e sono disposti a fare qualunque tipo di lavoro: sono persone umilissime, vogliono lavori miseri ma con dignità. E poi, ma quali terroristi? Un terrorista vero non si imbarca sul gommone con il rischio di morire.

E la sofferenza psicologica?

È molto più dura di quella fisica. Qualcuno lo visito e mi accorgo che ha ferite. Gli chiedi perché e ti racconta che prima di partire si è dovuto vendere un rene per pagarsi il viaggio. Fanno di tutto per arrivare in Europa. E le donne sono quelle che arrivano in condizioni peggiori, più difficili da curare.

Racconti…

Sono devastate. Lo stupro, la violenza, è la normalità. Nel deserto libico fanno loro di tutto, le seviziano, le torturano. Le persone di colore lì sono considerate animali. Gli si fa tutto come se fossero bestie, ma sono persone come noi, anzi meglio di noi. Spesso le donne rimangono incinte e – letteralmente – le buttano sui gommoni quando hanno già le doglie. Qualcuna partorisce appena arriva sulla nave che le ha tratte in salvo. Qualcuna sui gommoni: poco tempo fa ho visitato una ragazza che ha partorito da sola. Non aveva niente per legare il cordone ombelicale del bambino. Non aveva le forbici. Si è strappata una ciocca di capelli, e con quella ciocca, ha legato il cordone ombelicale del figlio. Quando arrivano raccontano a fatica la violenza subita: hanno paura che la voce arrivi a qualcuno dei loro familiari. Se qualcuno lo scopre loro vengono ripudiate. Ma non può essere normale che dopo tutta questa sofferenza le persone arrivano e trovano un muro, un filo spinato. È disumano.

La chiamano Lampedusa porta d’Europa…

Ed è vero. L’artista Mimmo Paladino ha addirittura realizzato una bellissima porta nel punto più a Sud dell’isola. Lembo estremo d’Europa. Dopo c’è l’Africa e la Libia.

Una porta aperta

Mai chiusa. Ecco perché l’isola – insieme a quelle greche – avrebbe meritato il Nobel per la Pace. Noi non abbiamo mai rifiutato nessuno. Spero che questa tragedia finisca, ma se non dovesse finire noi saremo sempre qua. Sempre pronti ad accogliere.