Radio Vaticana – 6 gennaio 2016

Sono rientrati nell’hotspot di Lampedusa i circa 200 migranti, perlopiù eritrei, che sino a ieri hanno trascorso notti e i giorni all’addiaccio per non farsi prendere le impronte digitali, come imposto dalle norme comunitarie. Il servizio di Francesca Sabatinelli:

Hanno lasciato i loro ripari di fortuna e sono tornati nell’hotspot, dopo aver trascorso ore davanti alla chiesa di Lampedusa, senza però entrare, nonostante i portoni aperti tutta la notte e nonostante il maltempo. A garantire loro un pasto caldo e coperte ci hanno pensato gli abitanti dell’isola, mentre a mediare per far rientrare la protesta, sono stati il sindaco Giusy Nicolini, il parroco don Mimmo Zambito, e don Mussie Zerai, collegato con loro telefonicamente dalla Svizzera. Hanno marciato in corteo, sfidando la pioggia pur di non intingere le loro dita nell’inchiostro, unico modo per andar via da Lampedusa, ma anche salto verso l’ignoto, perché tutti loro sanno che sarà difficile, se non impossibile, andare laddove vorrebbero, nei Paesi dell’Europa del nord, consapevoli che il rischio è di ritrovarsi bloccati chissà dove per mesi per le falle nelle procedure di ricollocamento. Rispettate i nostri diritti, chiedono, rispettate i loro diritti, invoca il parroco, don Mimmo Zambito:
“I nostri amici profughi ci hanno detto: ‘Noi non ci rifiutiamo di dare le impronte e di essere identificati, è che non abbiamo alcuna certezza’. Si trovano ad affrontare un procedimento che attualmente ha numerose falle e incertezze. Quando dico questo sto citando il ministro degli Interni che dice che serve un quadro normativo sugli hotspot. Non si può pensare che questi profughi e migranti possano buttarsi a capofitto nelle mani di coloro che non dicono, perché non lo sanno neanche loro, qual è la prassi successiva. Cioè, non c’è un iter definito relativamente alla identificazione, alla ricollocazione, alla dichiarazione dello status di rifugiato politico o di soggetto di protezione internazionale. Quindi, c’è un vuoto legislativo, c’è un vuoto amministrativo e poi, ovviamente, c’è una difficoltà da parte degli operatori a dare delle risposte soddisfacenti.
La mia sensazione è che ci sia un grado di risolutezza da parte loro (dei migranti – ndr) nel non dare le impronte. Ovviamente, parte di loro, come è successo nel passato, a un certo punto cederà perché restano bloccati all’interno dell’hotspot fino a quando non danno le impronte, poi vengono portati nell’hub in provincia di Agrigento, in un centro di un paese che si chiama Siculiana, e da lì iniziano questo procedimento che però, allo stato attuale, non è definito con certezza dalle disposizioni europee e italiane. Stiamo parlando di nonne, di bimbi, che si trovano bloccati ad un passaggio per il quale mancano le disposizioni. Queste persone che da un mese sono lì, trattenute all’hotspot, cosa sono? Cittadini, sudditi, merce?”
Questo quadro normativo sull’hotspot, denuncia don Zambito, non essendo definito calpesta i diritti non solo delle persone migranti, ma anche dei cittadini europei.