di don Francesco Soddu*, Italia Caritas – febbraio 2016
Corporali e spirituali: le opere di misericordia sembrano precetti superati. In realtà, traducono in atti concreti la nostra fede. E ci conducono a superare le “strutture di peccato” di un falso sviluppo. Ma devono aiutarci a tessere relazioni. Sennò non sono genuine…

Nel suo Messaggio per la Quaresima, papa Francesco ci invita a risvegliare le nostre coscienze grazie all’ascolto della Parola e alle opere di misericordia, per uscire dalle «strutture di peccato collegate a un modello di falso sviluppo fondato sull’idolatria del denaro, che rende indifferenti al destino dei poveri le persone e le società più ricche, che chiudono loro le porte, rifiutandosi persino di vederli».
Aggiunge poi che mediante le opere di misericordia traduciamo in atti concreti la nostra fede e su questi saremo giudicati. Mediante quelle corporali «tocchiamo la carne del Cristo nei fratelli e sorelle bisognosi di essere nutriti, vestiti, alloggiati, visitati», mentre «quelle spirituali – consigliare, insegnare, perdonare, ammonire, pregare – toccano più direttamente il nostro essere peccatori».
Non è un impegno facile. Significa attenzione, accoglienza, condivisione a partire dai poveri; scegliere di camminare con loro, facendo sì che nascano relazioni. Questo dà anche l’opportunità di verificare la genuinità delle opere di misericordia compiute. Infatti, le prime tre opere di misericordia corporale (dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati e vestire gli ignudi) potrebbero far cadere in una considerazione riduttiva del precetto evangelico, centrata non tanto sul diritto negato e sull’iniqua distribuzione delle risorse, quanto sul dono del superfluo e sulle briciole che cadono dalla mensa. Un rischio simile si corre con le prime tre opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori.
Consigliare è infatti spesso considerato come un indurre l’altro ad adeguarsi a quanto io ritengo essere giusto: si pecca di autoreferenzialità, non ci si affida all’azione dello Spirito, che orienta nel dubbio, insegna nell’ignoranza, perdona e ricrea nel peccato. Un cenno infine a un’altra opera di misericordia: alloggiare i pellegrini. Significa far sì che quanti non hanno casa possano averla: sfrattati, senza dimora, profughi…
Un impegno faticoso, che espone al confronto con le persone che si accolgono, con il loro bagaglio di vissuto non sempre chiaro, e con coloro che per diversi motivi non vedono di buon occhio un atteggiamento di accoglienza. Tuttavia siamo chiamati a porre segni di prossimità proprio dove maggiore è il bisogno e molti si disinteressano. Solo così lo stare dalla parte degli ultimi può essere condivisione effettiva.
E ogni comunità può mettersi in discussione di fronte ai mali del territorio e del mondo.
* direttore di Caritas italiana