Cara mamma,

ci siamo appena incontrati presso le vostre tombe e pensavo a quando il babbo ti ha preceduto nel Regno dei cieli e tu piangevi spesso perché l’avevi lasciato lassù da solo, in una posizione dove tirano non solo venti gradevoli, come stamattina, ma anche dure tramontane e bollentissimi scirocco. Io cercavo di rassicurarti che papà non percepiva più alcuna sofferenza e dal paradiso, dove credevamo che fosse, sorrideva un po’ a queste tue piccole manie. Oggi ti chiedo scusa per quei malsani tentativi di alleviare la tua sofferenza, perché se qualcuno venisse a dirmi: “ricordati che la mamma e il babbo sono in Paradiso” e magari malauguratamente aggiungessero: “poi tu dovresti insegnarcelo”, la reazione non sarebbe pacifica e remissiva come la tua. Mentre eravamo lì, tu, papà, io e lo zio, un pochino sopra di voi (ho voluto includere anche lui nel dialogo intimo che scaturiva dal cuore) avrei tanto voluto che ci fosse anche qualcuno che mi abbracciasse, mettendo le proprie braccia sul mio collo, ma non avevo nessuno! Forse è stato meglio così, perché ho potuto piangere un po’ davanti a voi, senza fingere, senza dovermi girare da un’altra parte, senza nascondere gli occhi con le mani. Piangere e guardarvi negli occhi, piangere e parlarvi, piangere e tacere per ascoltarvi, cercando almeno di sentire la stretta forte delle braccia di Gesù.

Cari genitori miei quanto mi mancate!

Mi mancate perché voi non siete stati soltanto la mia famiglia di origine, ma la mia famiglia punto e basta. Voi mi avete dato la vita, quando il vostro amore è esploso per l’ennesima volta come in un big bang di Grazia e mi avete accolto come il quinto dei vostri figli. Per voi non solo non ci sono state mammane che potevano facilitare tanto proliferare, ma non c’è stata neanche l’idea di gettare via quello che era avvenuto dentro il tuo ventre mamma, dopo che vi eravate amati. E sempre tu amavi ricordare spesso due cose riguardanti la mia nascita, quando la demenza senile o Alzaimer (in molti non volevamo definire così la tua malattia, come se in qualche modo la rendesse peggiore, a te e a noi) te lo permetteva ancora.

La prima ci ricordava i sacrifici e il lavoro che ti hanno contraddistinto e ti hanno resa simpatica e amata da tutta quella immensità di persone che hanno partecipato al tuo funerale. Anche tu papà avevi tanti amici e sapevi far ridere, con le tue battute sagaci e il profondo senso di ironia, ma lo facevi di tuo, per un dono innato che in parte mi hai lasciato in eredità. Di questo ti ringrazio. Ma la mamma si rendeva simpatica non perché sapeva fare battute, anzi il più delle volte non riusciva a capire né le tue, né quelle degli altri, ma per il suo spiccato senso di servizio e la sua capacità di sacrificarsi per tutti. Una generosità che mi fa piangere anche in questo momento. Potrei raccontare tante cose su questo, ma non lo faccio, per pudore, per lasciare la destra all’oscuro di quello che ha fatto la tua sinistra. E veniamo a quello che raccontavi nell’occasione della mia nascita. Raccontavi che il giorno precedente al parto (eravamo in primavera inoltrata) hai scalato un alto pioppo per raccogliere rami freschi per gli animali. Lo facevi sempre tu, perché papà, come me, soffriva di vertigini. Diversi metri, scalati con il pancione, senza funi e imbracature, a mani nude, anzi una mano occupata dal roncolo, che solo tu potevi portare fin lassù.

Ma questa tua incoscienza dettata dalla necessità ha forse provocato il secondo fatto, che sempre raccontavi. Io ero pesante, ma sono nato per vie naturali, abbiamo dovuto faticare un po’ tu ed io. Dopo qualche ora dalla nascita ho iniziato ad assumere un colorito violaceo, come di chi non respira più, avevo un respiro affannato e sembrava che dovessi morire. Allora tu mi hai avvolto in fasce pulite, mi hai consegnato a papà, alla zia Paola (tua amata cognata) e mi hai mandato di fretta in chiesa per essere battezzato. Tutto fatto, rientrato a casa cessa anche il disturbo e io riprendo in pieno la mia vitalità. Un po’ di acciacchi li ho sentiti in questi 57 anni, ma la vitalità si mantiene. Non sapete quante volte ho ripensato a questa cosa, soprattutto quando da grande sono stato chiamato ad annunciare il Vangelo e le parole con le quali Gesù congeda abitualmente coloro che vanno da lui per chiedere una Grazia, generalmente una guarigione:

“Va in pace, la tua fede ti ha salvato”! La vostra fede, mamma e papà.

La mia vita, insieme a voi e la nostra numerosa famiglia, compresi i nonni che voi avete seguito amorevolmente fino alla fine della loro vita, è stata bella e luminosa. Sento di essa una grande nostalgia. Ho imparato tante cose, che oggi mi accorgo tanti non conoscono. Ne faccio un punto d’orgoglio perché mentre io conosco il prima e il dopo, un po’ di vita contadina e un po’ di Internet, c’è chi conosce solo Internet e lo utilizza per estraniarsi dal mondo reale. Ma è una questione di età, ma certo! Solo che il mio bagaglio culturale è più ricco e variegato! Grazie a voi. E pensare che vi chiamavano “ignoranti”! Ma come conoscevate bene i valori buoni della vita! Chi ve li aveva insegnati, dove li avete appresi? Scritti da nessuna parte, solo nei vostri cuori semplici e trasmessi non per via scritta, né per via orale, ma per contatto. Per contatto al tuo petto mamma, che per allattarci di notte con le mani lavoravi a maglia (perché papà potesse comprare qualche sigaretta) e con la mammella disoccupata ci davi il latte buono, quello materno, quello ideale per il bambino, non diverso da quello artificiale per i caratteri organolettici ma per la capacità di infondere la vita, che viene in noi non per artificio ma per amore.

Caro Carlino, a proposito di sigarette, vorrei rimproverarti perché guardando te ho imparato anch’io a fumare, ma vorrei baciarti sulla fronte perché guardando te ho imparato a smettere. Fumavi perché la vita non ti riservava altro, perché era dura, perché ti ha portato in guerra, a lavorare in miniera, a trascorrere giornate lunghissime sotto il sole per arare, per zappare, per mietere, per lavorare la durissima terra che dava soddisfazione solo al suo proprietario, che non eri tu. Da voi, genitori dolcissimi, ho imparato l’ingiustizia sociale e a combatterla, senza uccidere, per ristabilire l’ordine delle cose.

E ancora ho imparato i valori per contatto con le gambe e le braccia di te, papà mio, che nei ritagli di tempo e quando la stagione calda obbligava al riposo sotto l’ombra delle piante ci offrivi per farci sedere, mentre ci cantavi quelle filastrocche che ancora ricordo e canto anch’io, nel silenzio, a quelle centinaia di figli che il Signore mi ha dato.

Devo a voi la mia vocazione al Sacerdozio, per tutto quanto ho detto, ma anche per la graduale conversione a Gesù che ho osservato in voi. Non solo dopo la mia ordinazione, ma anche prima, anche indipendentemente da me. E’ stato sempre commovente per me la scelta che tu, papà, facesti di non bestemmiare più, dopo il mio ingresso in seminario. Ma già ti eri preparato a questa cosa con una pratica religiosa non pedissequa, ma molto mirata. Ricordo benissimo che tu nelle processioni hai sempre portato la Croce, grandi o piccole che fossero. E sono stato edificato dal come voi due insieme abbiate abbracciato la croce ogni giorno e come lo abbiate fatto negli ultimi anni della vostra vita, a cinque anni di distanza l’uno dall’altro. Insegnando soprattutto a me che la fede non è la devozione, ma l’amore a Cristo Crocifisso e Risorto e con Lui l’amore a tutte le sofferenze offerte con Cristo e a tutti i fratelli che ti procura sofferenza amarli. Ed è impressionante mamma come tu abbia accolto la notizia che desideravo diventare prete. Mi risuonano le tue parole come fossero musica: “Basta che sarai un bravo prete, altrimenti due schiaffi te li darò anche sull’altare”. Volevi dire sicuramente: te li darò anche se sei prete. Perché una madre ne ha l’autorità, sempre. Ma devo farti una confessione: non sono stato un buon prete, mamma! Ho commesso tanti errori, tanti peccati. Come tutti? Non lo so. Però ti giuro che ho amato con tutto me stesso il Signore, ho amato la gente che il Signore mi ha affidato fino a dare la vita per loro. Negli anni che avete vissuto con me, ne siete stati testimoni.

Ma non dobbiamo parlare di me, ho ancora qualcosa da dire di voi, gentilissimi Signori. Si tratta del vostro testamento, non tutti lo fanno, ma a tutti va consigliato perché chi rimane sappia con esattezza le volontà di chi se ne è andato sull’uso dei beni lasciati. Il bello è che voi non avevate beni accumulati, tutto quello che avete posseduto è solo passato dalle vostre mani. Immediatamente l’avete ridato a chiunque ne avesse bisogno: figli, parenti, amici, nemici e bisognosi di ogni genere. Nonostante non ci sia stato questo atto giuridico a ratificare le vostre volontà devo testimoniare che voi un testamento l’avete stilato, eccome!

Tu, caro papà, eri troppo addolorato per poter parlare e compiere qualsiasi altro gesto, ma il tuo grido somigliava molto a quello di Gesù “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”? E la stretta di mano a chi si avvicendava al tuo capezzale forte come la mano contratta di Cristo sotto il tiro dei chiodi. Tu, cara mamma, non hai sofferto dolori così, almeno negli ultimi mesi, quando la tua mente sembrava averti e averci abbandonato. Però terrò con me sempre la dolce carezza che tu hai dato a me e a chi ti sistemava nel tuo letto, per farti stare meglio. Una carezza che durava un secolo, non solo per l’intensità emotiva con cui la davi e con cui la ricevevamo, ma anche perché impiegavi tanto a farci capire che volevi darla: prima ti aggrappavi ai nostri vestiti e poi cercavi la nostra guancia all’interno della faccia. Solo quando l’avevi raggiunta facevi scendere la tua mano dolcemente perché sentissimo la tua riconoscenza e il tuo amore e ne facessimo tesoro da mettere via, unica ricchezza che non scambierò mai con nessun’altra.

Ora vi chiedo di dare questa testimonianza non tanto al Signore (Lui sa tutto, Lui sa che lo amo) ma ai fratelli e alle sorelle che Egli ha messo sul mio cammino, i quali non sempre hanno capito quanto li amassi e quanto li ami tuttora. E forse dovete dare testimonianza anche a me, perché io ritrovi fiducia in me stesso e sia capace di volermi bene, come voi ne avete voluto a me.

Cari genitori miei, questa era una letterina, non un trattato, quindi non interrompo per riprendere più tardi, ma vi mando un bacino assicurandovi che voi siete la mia forza.

Come mi piacerebbe dirvi, come quando eravamo bambini e ci mettevate a letto, “Benedizione mamma, benedizione papà” e sentirvi rispondere: “Dio ti benedica, cocco mio”.

Giuliano