Ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate e a tutti i fedeli laici di Orvieto-Todi

Fratelli e sorelle carissimi, il Santo Padre Francesco mi chiama a spostare i “paletti” della mia “tenda” per fissarli nella Diocesi di Orvieto-Todi. Nella voce del Successore di Pietro, a cui rinnovo fedele obbedienza ed esprimo profonda gratitudine, riconosco l’eco della volontà di Dio, che mi chiede di ricevere il pastorale dalle mani venerabili del Vescovo Benedetto Tuzia, cui confido fraternamente la mia sincera stima e riconoscenza. Senza voltarmi indietro, perché la nostalgia spegne la profezia, rendo grazie al Signore per avermi chiamato all’episcopato nella Diocesi di Foligno, ove ho iniziato a portare il “peso di grazia” del servizio apostolico, sostenuto dall’intercessione dei santi Feliciano e Angela, che ora passano il testimone a San Giuseppe e a San Fortunato.

Lascio la cattedrale di San Feliciano, con la copia in scala del Baldacchino di San Pietro, per entrare, “a piedi nudi”, nel duomo di Orvieto e in quello di Todi, entrambi intitolati a Maria Vergine: l’Assunta e la Ss. Annunziata. Lo splendore di questi templi, oltre a manifestare che la via della bellezza è da sempre la lingua-madre della Chiesa, invita a riconoscere che lo stile sinodale è assimilabile a quello dei costruttori delle cattedrali medievali di cui sono costellate l’Italia e l’Europa. “Tali imponenti edifici – osserva papa Francesco – raccontano l’importanza della partecipazione di ciascuno ad un’opera capace di travalicare i confini del tempo. Il costruttore di cattedrali sapeva che non avrebbe visto il compimento del proprio lavoro. Nondimeno si è adoperato attivamente, comprendendo di essere parte di un progetto, di cui avrebbero goduto i suoi figli, i quali – a loro volta – lo avrebbero abbellito e ampliato”.

Il Corpo ecclesiale della Diocesi di Orvieto-Todi ha due “polmoni spirituali”: quello ossigenato dallo stupore eucaristico, che ha il suo baricentro nella Cappella del Ss. Corporale, e quello irrorato dall’Amore misericordioso, che ha il suo fulcro presso il Santuario di Collevalenza. Con cuore libero e ardente mi dispongo a lavorare in questo filare della Vigna del Signore, in cui sin dai primi secoli dell’era cristiana scorre la “linfa” della santità, arrivando fino ai nostri giorni, con Madre Speranza di Gesù. Mi accingo a mettermi in cammino portando sulle spalle e nel cuore la “bisaccia” dell’esperienza maturata a Foligno, ove ho scoperto, anche a causa del sisma del 2016, che la cattedra episcopale non è un bene immobile, ma mobile. Strada facendo, mi sono reso conto che nella vita pastorale è necessario passare dal sistema di irrigazione “a pioggia” delle iniziative di mantenimento a quello “a goccia” dei processi di accompagnamento.

Il libro degli Atti chiama i primi cristiani “quelli della Via” (cfr 9,2), quelli che seguono Cristo: “Via, Verità e Vita” (Gv 14,6). Consapevole della responsabilità che questo nostro nome comporta, “vi affido a Dio e alla Parola della sua grazia” (At 20,32). Vi raggiungo con questa formula di benedizione, in attesa di venire ad abitare in mezzo a voi. La trepidazione batte la gioia, ma la serenità ha già preso la rivincita, perché il Signore chiama “non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia” (2Tm 1,9).

La Vergine Maria, Auxilium christianorum, “ci salvi dai mali che ora ci rattristano” e ci ottenga dal Figlio suo “la salute del corpo e dello spirito”.

Foligno, 7 marzo 2020
Gualtiero Sigismondi