di Luca Liverani
Avvenire – 19 maggio 2016

Un piano operativo per l’Africa da chiedere al prossimo Consiglio europeo di giugno. Perché tamponare l’emergenza migranti è una strategia col fiato corto, se non è inserita in un progetto di sviluppo che metta in moto un continente ricco di risorse e di energie umane. L’Africa non è una minaccia, ma un’opportunità. Paolo Gentiloni lancia la proposta alla prima Conferenza ministeriale Italia-Africa, organizzata dal ministero degli Esteri in collaborazione con l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.
E l’Italia – ribadisce il ministro – ha le carte in regola per chiedere all’Europa una collaborazione organica con l’Africa, proponendosi come mediatore «tra il Vecchio Continente e il continente dei giovani», come dice Gentiloni. Concorda il presidente Mattarella: «L’Italia è per condizione geografica, storia e cultura, ponte tra Africa ed Europa», dice aprendo il meeting. «L’Europa si è girata dall’altra parte – è la metafora che usa a fine giornata anche il premier Renzi – e noi stiamo cercando di girare la testa dell’Europa verso l’Africa e il Mediterraneo ». Tutta l’area della Farnesina è blindata per accogliere nella massima sicurezza i ministri degli Esteri africani invitati a Roma per il grande vertice. È il primo di una serie che avrà cadenza biennale e raccoglie lo sforzo diplomatico italiano, concretizzatosi nelle numerose visite in diversi Paesi africani del capo dello Stato, del presidente del consiglio, del ministro degli Esteri e del viceministro Mario Giro. All’invito dell’Italia – presente con le massime cariche istituzionali e quattro ministri con Alfano, Martina e Galletti – rispondono 52 Paesi africani, presenti con più di 40 ministri degli Esteri e 20 rappresentanti di organizzazioni internazionali.
C’è anche la presidente della Commissione dell’Unione Africana Nikosazana Dlamini-Zuma. Per Gentiloni dunque è ora di affrontare il rapporto Europa-Africa al di là dell’ottica emergenziale: «Per ora non ci sono emergenze – premette – e abbiamo spazio per mettere in campo una strategia prima che si verifichino situazioni che nessuno può escludere».
Dunque all’Europa «chiediamo un impegno strategico » per un «patto con l’Africa per evitare che la rotta del Mediterraneo centrale abbia impennate nei prossimi mesi». Il titolare della Farnesina però guarda più avanti: «Il nostro interesse nazionale è avere il Mediterraneo e l’Africa come prime aree di riferimento di politica estera. Il nostro obiettivo è di rendere sempre più coerente la nostra politica estera con la nostra storia e la nostra geografia». E quindi «vediamo l’Africa come terra di opportunità che vivrà da protagonista il XXI secolo. E noi italiani stiamo lavorando per trasferire questa consapevolezza all’Europa che deve dare priorità all’Africa», assicura Gentiloni, ricordando che «creare opportunità economiche per le nuove generazioni» serve anche a «combattere i rischi di radicalizzazione».
Anche il presidente della Repubblica è convinto che «le crisi hanno alimentato la consapevolezza di come i destini dei due continenti siano ancora più interconnessi. Se la globalizzazione ha ridimensionato le distanze geografiche – dice Sergio Mattarella – le crisi hanno reso permeabili le frontiere». E sottolinea come «tra Europa e Africa c’è una «esigenza di fondo ineludibile: le nostre rispettive agende politiche devono essere rese coerenti fra loro e il più possibile incisive». Perché «l’Africa non è – e in ogni caso non può essere – ‘altro’ ri- spetto all’Europa e viceversa». Mattarella invita anche a guardare le migrazioni dall’altra sponda: «Rappresentano per l’Africa la più dolorosa spoliazione di futuro dei tempi contemporanei: milioni di persone in fuga impoveriscono le società civili africane». «Sarò molto franco – dice da parte sua il presidente del Consiglio – a noi il rapporto con l’Africa preme non solo per una visione etica, ma per una visione politica e di utilità reciproca. L’agenda che stiamo cercando di proporre all’Europa è totalmente diversa dal passato». Matteo Renzi ricorda che «l’Europa soffre una grande crisi che non è economica, ma demografica » e «insieme possiamo avere uno sguardo sul futuro».
L’Italia «non ha nostalgia del passato, ma del futuro, dove l’Africa non è considerata, come qualche forza demagogica sostiene, la più grande minaccia, ma la più grande opportunità». «Il dialogo va bene, ma ora bisogna agire», replica la presidente della Commissione dell’Ua Dlamini-Zuma, che indica i settori di priorità: investire nella formazione dei giovani, nella cooperazione industriale, nell’agroalimentare, nell’industria estrattiva. «Abbiamo una popolazione giovane e in crescita – ricorda – e senza la diversificazione economica» non sarà possibile creare sufficienti posti di lavoro. E l’Italia, riconosce, può diventare un partner «unico », proprio per la grande quantità di piccole e medie imprese «adatte» alla realtà africana e per il suo ruolo di potenza nel settore dell’«agro- business ». A sentire gli interventi dei ministri africani – dallo Zambia al Burundi, dal Mali al Ciad – sembra di percepire un apprezzamento che va al di là dei ringraziamenti diplomatici. Per un interessamento italiano che non nasconde pretese egemoniche da neocolonialismo finanziario. Chissà se questa conferenza ministeriale Italia-Africa del 2016 sarà ricordata come l’inizio di un nuovo dialogo.