di Chiara Zappa

Mondo e Missione – novembre 2019

Un’associazione riunisce esponenti di diverse religioni, al servizio dei tantissimi rifugiati nel Paese e in prima linea per la riconciliazione, a cominciare dai più piccoli. Parla il fondatore padre Abdo Raad  

«Non possiamo più lasciarci intrappolare dal passato. Dob­biamo guardare avanti, e capire che solo la conoscenza reciproca e il dialogo ci permetteranno di costruire una società migliore». Padre Abdo Raad ha fatto di questa convinzione un faro per il suo impegno quotidiano. E lui, delle vecchie ferite che faticano a rimarginarsi, ne sa qualcosa. Nato nel villaggio di Kfarnabrakh, sui monti dello Chouf, nel 1965, era un bambino quando scoppiò la guerra fratricida che avrebbe visto massacrarsi per quindici anni i membri delle diverse comunità libanesi, finiti su fronti opposti secondo confini religiosi. Kfarnabrakh era una municipalità mista, con una maggioranza drusa e una minoranza cristiana melchita. La convivenza era tesa. «Ricordo che da piccolo, sulla strada per andare a scuola, spesso noi ragazzini di religioni diverse finivamo alle mani. Ci insegnavano a diffidare gli uni degli altri, quando non ad odiarci». Un giorno, l’uccisione di un leader druso nel contesto del conflitto civile provocò una ritorsione violenta nei confronti dei cristiani: «Co­minciò una caccia all’uomo, bruciavano le nostre abitazioni», racconta padre Abdo. «Ci barricammo in casa, eravamo terrorizzati. Ricordo che presi il piccolo fucile che usavo per andare a caccia e pensai: “Quando arriveranno, mi difenderò”. Poi la notte passò senza che nessuno bussasse alla nostra porta. E a me sembrò assurdo come gli esseri umani siano pronti a farsi la guerra». Per le strade, i cadaveri di decine di persone – molte il piccolo Abdo le conosceva – rimasero abbandonati per giorni, perché nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi per seppellirli. «Alla fine arrivarono i soldati siriani, che presto sarebbero diventati occupanti, e li portarono via. Piano piano la calma tornò in paese, ma la paura era costante».

La famiglia mandò il ragazzo a studiare in un convento di suore, poi sarebbero venuti l’ingresso in seminario, gli studi a Roma e l’ordinazione tra i basiliani del Santissimo Salvatore, l’Istituto religioso della Chiesa cattolica greco-melchita fondato nel 1683 dal metropolita di Tiro e Sidone Eutimio Sayfi. «Il tempo passò, ma rimase in me indelebile la lezione che avevo imparato durante la guerra: dobbiamo educare i nostri bambini all’accettazione dell’altro, mai dobbiamo insegnare loro che l’altro non è come noi, che noi siamo meglio». E così da subito, quando a fianco dell’impegno quotidiano nelle parrocchie e presso i tribunali ecclesiastici padre Raad cominciò a dedicarsi a diverse attività sociali, questo imperativo educativo rimase la costante della sua azione. Per vari anni lo portò in dote alle numerose associazioni con cui collaborava un po’ in tutto il mondo. Finché, nel 2010, propose ad alcuni esponenti delle diverse comunità libanesi – sunniti e sciiti, drusi e anche cittadini non praticanti – di creare una realtà di impegno sociale interconfessionale i cui membri si mettessero al servizio dei più bisognosi, insieme.  «L’idea era quella di diventare una piccola luce nella nostra società che dimostrasse come sia possibile collaborare per il bene comune, andando oltre i rancori e anche oltre un sistema politico corrotto, che strumentalizza le identità, per proporre un modello diverso. Spiegan­do alla gente, con i fatti, che l’esortazione ad amarsi a vicenda è alla base di tutte le fedi».on possiamo più lasciarci intrappolare dal passato. Dob­biamo guardare avanti, e capire che solo la conoscenza reciproca e il dialogo ci permetteranno di costruire una società migliore». Padre Abdo Raad ha fatto di questa convinzione un faro per il suo impegno quotidiano. E lui, delle vecchie ferite che faticano a rimarginarsi, ne sa qualcosa. Nato nel villaggio di Kfarnabrakh, sui monti dello Chouf, nel 1965, era un bambino quando scoppiò la guerra fratricida che avrebbe visto massacrarsi per quindici anni i membri delle diverse comunità libanesi, finiti su fronti opposti secondo confini religiosi. Kfarnabrakh era una municipalità mista, con una maggioranza drusa e una minoranza cristiana melchita. La convivenza era tesa. «Ricordo che da piccolo, sulla strada per andare a scuola, spesso noi ragazzini di religioni diverse finivamo alle mani. Ci insegnavano a diffidare gli uni degli altri, quando non ad odiarci». Un giorno, l’uccisione di un leader druso nel contesto del conflitto civile provocò una ritorsione violenta nei confronti dei cristiani: «Co­minciò una caccia all’uomo, bruciavano le nostre abitazioni», racconta padre Abdo. «Ci barricammo in casa, eravamo terrorizzati. Ricordo che presi il piccolo fucile che usavo per andare a caccia e pensai: “Quando arriveranno, mi difenderò”. Poi la notte passò senza che nessuno bussasse alla nostra porta. E a me sembrò assurdo come gli esseri umani siano pronti a farsi la guerra». Per le strade, i cadaveri di decine di persone – molte il piccolo Abdo le conosceva – rimasero abbandonati per giorni, perché nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi per seppellirli. «Alla fine arrivarono i soldati siriani, che presto sarebbero diventati occupanti, e li portarono via. Piano piano la calma tornò in paese, ma la paura era costante».

Nacque così l’associazione Annas Linnas, che dall’arabo si traduce “Gli uni per gli altri”. Primi settori di intervento: la lotta alla povertà e – manco a dirlo – l’educazione, con un occhio privilegiato al rispetto per la natura, visto che la mancata salvaguardia ambientale rappresenta in Libano un problema serio. Poco dopo la costituzione del gruppo, tuttavia, una nuova, gravissima emergenza bussò alle porte del Paese dei cedri: erano le masse di rifugiati in fuga dalla vicina Siria dove la miccia della guerra si era accesa e stava divampando.

«Nella valle della Bekaa c’era un fiume di gente che arrivava in cerca di salvezza, molti non trovavano posto nei campi di accoglienza organizzati dalle ong e si sistemavano nei boschi, sotto gli alberi», racconta padre Abdo. «Le condizioni di vita erano drammatiche: capimmo che dovevamo dedicarci a queste persone».

Grazie al supporto di numerose realtà internazionali, tra cui la ong Cesvi e alcune Caritas italiane, sono partiti dunque i progetti di sostegno: prima la semplice distribuzione di alimenti, medicine e materiale di emergenza in vari campi tra il Monte Libano e la Bekaa, poi il programma “Cash for work”, basato sul principio che il lavoro unisce. «Accadeva che i profughi rivendessero parte del cibo ricevuto ai commercianti libanesi, creando scompensi economici e tensioni sociali. Per questo abbiamo messo a punto un sistema per il quale i rifugiati, siriani ma anche iracheni e palestinesi, insieme a cittadini libanesi bisognosi, svolgono lavori di pubblica utilità in cambio di un compenso. In questo modo si restituisce dignità alle persone, si trasforma il rifugiato da un peso a un attore del circuito economico e si promuove la coesione sociale in un momento in cui locali e stranieri sono costretti a condividere le esigue risorse e il poco lavoro disponibile».

Il Libano è il Paese che, proporzionalmente, ha accolto più profughi al mondo: circa due milioni, su una popolazione locale di quattro milioni e mezzo. Negli ultimi mesi, tuttavia, la pressione del governo perché i siriani facciano ritorno nel loro Paese si è fatta fortissima. «La situazione sociale è esplosiva», ammette il sacerdote, che oggi fa la spola tra il Libano e Roma, dove è attualmente rettore della chiesa di San Basilio. «L’accoglienza è stata fatta senza un’adeguata organizzazione, il che crea problemi di gestione e favorisce episodi di criminalità. Soprattutto, questa massa di nuovi venuti si innesta su una situazione già critica. La gente dice: “Anche per noi libanesi manca il lavoro, non c’è l’elettricità, l’acqua scarseggia, non si riescono a smaltire i rifiuti, le strade sono intasate dal traffico… come facciamo ad accogliere altri?». E poi c’è il problema demografico, che in Libano è un’ossessione: «I rifugiati sono al 97% musulmani sunniti, e i cristiani, così come gli sciiti, temono di diventare minoranze irrilevanti. Senza contare che, storicamente, il rapporto tra siriani e libanesi è deteriorato».

Che fare, allora? Annas Linnas, ancora una volta, ha risposto con il suo “pallino”: educare i ragazzi. A Naameh, paese sul Monte Libano a metà strada tra Beirut e Damour (nome questo che evoca un gravissimo massacro ai tempi della guerra civile), è nata la Maison de Charité, una scuola non formale che accoglie oggi quattrocento bambini rifugiati, ma anche libanesi indigenti, che non hanno trovato posto nel sistema educativo pubblico: «Voglia­mo tutelare il diritto all’istruzione di ogni ragazzo, e sottrarre i più piccoli dalla strada, con tutti i rischi connessi», spiega padre Abdo. La stessa filosofia alla base della scuola che sorgerà nel campo profughi di Chatila, a Beirut, dove ai palestinesi rifugiatisi qui settant’anni fa si sono aggiunti ora quelli che avevano trovato una casa in Siria, e che hanno dovuto abbandonare anche quella.

E’ invece sorto sulla col­li­na di Kfarnabrakh il Giardino educativo sensoriale, che punta a «far percepire la bontà di Dio attraverso la natura». Lo strumento è «la conoscenza delle piante, soprattutto quelle che servono al benessere dell’uomo, ma anche la cura dell’ambiente, da cui si può imparare molto». Uno spazio del giardino è riservato a un percorso, attualmente in costruzione, dove una decina di tappe dedicate ad altrettante religioni portano a un punto finale che simboleggia Dio.

È stato inaugurato invece a giugno, sempre all’interno della struttura, il primo Giardino dei Giusti in Libano, con la dedica di alcuni alberi di olivo a dieci Giusti dell’umanità di nazioni e fedi diverse.

«Abbiamo condiviso con l’associazione italiana Gariwo la volontà di mostrare come in ogni religione ci siano uomini coraggiosi che si spendono per il bene di tutti. La bontà esiste: bisogna farla vedere».

Con questa strenua convinzione, padre Raad e i suoi colleghi non smettono di girare per sale conferenze e aule scolastiche, con l’obiettivo di sensibilizzare i libanesi, e non solo, sull’importanza di uscire dalle logiche settarie e di inventarsi schemi nuovi di convivenza e collaborazione. Non tutti apprezzano questo approccio: «Ho ricevuto attacchi da alcuni fanatici, sia nel mondo musulmano sia in quello cristiano. Ma non c’è un’altra via per il futuro: dobbiamo perdonare, voltare pagina e andare avanti».