di Miriam Rossi

unimondo.org – 7 giugno 2016  

“Ad Auschwitz furono uccise e morirono per fame circa 490 persone al giorno. Nel Mediterraneo, negli ultimi 3 giorni, sono morti più di 700 migranti. Continuiamo a tenere chiuse le frontiere e raggiungiamo Hitler, forza. Poi però non dite che non sapevate”. La provocazione lanciata alcuni giorni fa tramite facebook dal giornalista Maso Notarianni, direttore di PeaceReporter, è stata colorita ulteriormente da molti commenti di sdegno per l’inappropriato accostamento. Un distinguo che ha differenziato situazione politica, cause, intenzionalità nonché l’impotenza odierna nel porre fine a una tale carneficina. Nessuno ha però smentito i numeri, seppur così incerti, dei morti registrati negli ultimi naufragi nel Mar Mediterraneo. Il conteggio approssimativo da parte dei superstiti e le stime sulla base degli SOS lanciati da imbarcazioni inabissatesi prima di ottenere soccorso forniscono dati incerti, sulla cui attendibilità però in pochi sollevano dubbi. La certezza sulle morti di persone naufragate in mare è ampiamente assodata. I numeri (se non i nomi, i volti, le storie) poco importano.

È invece proprio sui numeri dei migranti che Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna, entrambi professori dell’Università di Padova, hanno scritto a quattro mani un recente libro dall’accattivante titolo “Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione”. Introdotti dalle giornaliste Tonia Mastrobuoni ed Eva Giovannini al Festival dell’Economia di Trento, il sociologo Allievi e il demografo Dalla Zuanna, autodefinitesi come “abusivi” a una kermesse internazionale incentrata sulla riflessione economica, hanno rapidamente chiarito che “l’immigrazione è tutto fuorché un problema economico”. Ossia, se si considerassero solamente i dati economici, le preoccupazioni collegate al fenomeno migratorio non esisterebbero affatto. Cifre alla mano, i dati demografici presentano chiaramente una popolazione italiana che sta invecchiando e con sempre meno giovani: nei prossimi vent’anni, per mantenere costante la popolazione in età lavorativa (e il sistema produttivo e di welfare ad essa collegato) dovranno giungere in Italia 325mila potenziali lavoratori. Altro settore di particolare interesse dal punto di vista economico: il Pil italiano risulta prodotto per l’8% da stranieri, che dunque contribuiscono sensibilmente al valore totale dei beni e servizi prodotti nel Paese. Stando a questi due fondamentali dati, il dibattito pubblico e lo scontro politico sull’immigrazione dovrebbe essere logicamente orientato nella direzione di favorire l’accoglienza e promuovere l’immigrazione: la “non migrazione” porterebbe a una serie di svantaggi economici notevoli.

Tuttavia, come evidenziato dagli autori, l’immigrazione rappresenta “un problema culturale, di percezione. Da qui nascono i malintesi”. Quali? Un esempio per chiarirsi al volo: secondo la percezione comune degli italiani, il numero dei migranti nel Paese è del 30% e la presenza degli islamici in Italia è ritenuta al 20%. Numeri totalmente sballati rispetto alle cifre fornite dal Ministero dell’Interno che conta un 8% di migranti, numero che risulta peraltro in calo, e un 2% di musulmani in Italia. È proprio per formare una percezione comune da troppo tempo alimentata da titoli sensazionalistici, da parole quali “invasione” e “sicurezza” tradizionalmente utilizzate per denotare il fenomeno migratorio, e da un modello politico poco propenso a trattare in un agone pubblico cifre che non siano poi oggetto di un vaglio attento, che Allievi e Dalla Zuanna hanno messo a punto questa raccolta di numeri e dati, nonché di fatti. Uno strumento per consentire a chiunque di farsi una propria opinione personale, che non sia solamente il frutto di slogan da salotto televisivo o di una propria impressione personale.

Una questione è emersa chiaramente dal dibattito seguito alla presentazione. Chi contesta l’immigrazione non conosce né è intenzionato a conoscere i dati presentati, soprattutto quelli economici, attribuiti senz’altro a mistificazioni o a qualsivoglia corruzione del processo di rilevazione. Se tracciare il futuro dell’Italia significa ideare anche le politiche in materia di immigrazione, sarebbe dunque auspicabile una elevazione del dibattito pubblico (assente) anche su questi temi, senza eludere nessuna delle questioni scottanti che il pluralismo culturale, etnico e religioso porta con sé. Paradossalmente il dibattito potrebbe anche condurre alla decisione di una chiusura totale delle frontiere con l’estero, o un’apertura ai soli cittadini dell’Unione Europea (decisione che violerebbe qualche norma del diritto internazionale ma che può essere assunta con un atto di piena sovranità nazionale), purché ci sia la consapevolezza che l’assenza di immigrazione condurrebbe alla fine dell’Italia dal punto di vista umano (nel giro di qualche decennio gli italiani si estinguerebbero) ed economico (nell’impossibilità di produrre quanto oggi e di sostenere i servizi sociali quali scuola, sanità, pensioni). Può la difficoltà di una transizione condurre a una decisione tanto drastica quanto gravida di conseguenze?