di Sr Stefania Raspo

http://missioneintuttiisensi.blogspot.com/  Vilacaya , Bolivia – 23 marzo 2016

Bussano alla porta, e suor Maria Elena va ad aprire: c’è Basilio con un quaderno in mano: “Hermanita, sono venuto a notificare la riunione di domani: chi non viene, paga multa”.

Ci prepariamo, e ligie al dovere ci presentiamo alla riunione, che sappiamo sarà un po’ difficile, perché ci sono dei problemi da risolvere comunitariamente.

Le donne si siedono alla sinistra, gli uomini alla destra. Gli ultimi arrivati sulle banche centrali. Il Corregidor, autorità suprema della comunità e del cantone, prende la parola: è un po’ timido, ma con il tempo si scioglie e svolge la sua funzione. Ci chiede di iniziare con una preghiera, e così facciamo. Poi allora inizia la riunione vera e propria, con il Corregidor che modera e i partecipanti che, poco per volta, espongono il loro punto di vista. Generalmente parlano in quechua, ma abbastanza mescolato con lo spagnolo, cosicché per noi è più facile captare quello che va avanti.

C’è un problema da risolvere: un membro della comunità non ha compiuto il suo dovere. Dapprima tutti espongono la propria opinione, quindi anche la persona interessata. Tutti, proprio tutti parlano, ripetendo senza paura di annoiare, idee e posizioni. La prima ora passa abbastanza veloce, poi il fondoschiena inizia a reclamare. Anche Pitufo, il cagnolino sempre fedele alla sua padrona, si stacca da lei e inizia a elemosinare carezze dalle persone. Non c’è mai stato feeling tra noi due, ma stavolta la noia ci rende amici, e sta un bel po’ davanti a me, dandomi una zampettata quando smetto per alcuni secondi di accarezzarlo.

Intanto il circolo di idee e punti di vista continua. Il circolo: non c’è immagine più azzeccata per definire la tecnica comunicativa dei quechua, non a caso si parla di “pensiero circolare” per le culture originarie. Un circolo, infatti, non ha un inizio o una fine: è una linea continua, senza interruzione. Tutti i punti stanno alla stessa distanza dal centro, ed è un po’ così anche per questa riunione: se dapprima sono gli uomini a parlare, poco per volta anche le donne si fanno sentire, e con una sicurezza che non denota inferiorità.

Nel frattempo la discussione continua, e siamo alle due ore di confronto. Ormai Pitufo, sazio di coccole, si sdraia ed entra nel sonno profondo. Alcuni tirano fuori lo smartphone, certamente per giocare o guardare foto, poiché nel salone comunitario non c’è campo. Questa scena stride e allo stesso tempo si armonizza: l’antico con il nuovo, il dialogo presenziale con la comunicazione virtuale. Il mio fondoschiena non reclama più: il dolore è arrivato al punto di tramortimento totale. Deciso che la persona in questione deve pagare multa, ora gli interventi servono per definire la quota da pagare.

Dalle 18 siamo in riunione, ormai sono le 21,30 e l’agenda prevede molti altri punti. Arriviamo fino alle 22,30 e ce ne andiamo, stanche morte, a forza di percorrere infinite volte il circolo del pensiero della nostra gente. Il giorno dopo ci dicono che la riunione è finita verso la mezzanotte.

Appena ritornata dall’Italia, questa full immersion nella cultura quechua da una parte mi ha stancato, e allo stesso tempo mi ha fatto toccare con mano la ricchezza della mia gente. Se potessimo anche noi recuperare questa capacità di confronto, sempre su toni pacati, e anche quando si alza un po’ la voce, senza sbraitare. Nessuno che parli sopra un altro, sempre in ascolto, e anche se c’è un mormorio di commento, è sempre ridotto. E non si tratta di una comunità dove tutti si amano: ci sono divisioni, problemi da risolvere, alle volte testardaggini e ingiustizie, eppure si riesce a dialogare, in un infinito circolo, forse virtuoso.