Caritas Italiana – Ufficio Immigrazione n.12/15  

IL FENOMENO

L’inserimento degli immigrati nel sistema economico produttivo italiano mostra, specialmente in alcuni settori, la persistente vulnerabilità della loro condizione lavorativa, che in alcuni casi si traduce anche in relazioni contrattuali in cui sono violati i più elementari diritti umani e sociali (libertà personale, accesso alla giustizia e ai servizi sociali e sanitari). Tali violazioni sono frequentemente descritte ricorrendo a termini come nuove schiavitù o lavoro forzato. Più recentemente, studiosi, policy makers, organizzazioni della società civile e organismi internazionali, hanno focalizzato il campo di osservazione su un fenomeno in crescita e con caratteristiche non del tutto assimilabili alle forme sopra citate, introducendo l’espressione “gravi forme di sfruttamento lavorativo”. Si tratta di situazioni lavorative caratterizzate da salari notevolmente più bassi rispetto alla media di un Paese o alle normative vigenti, da violazione delle norme sull’orario di lavoro e delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, dall’adozione di metodi di controllo o sorveglianza che limitano le libertà personali e che tendono a far coincidere luogo di lavoro e abitazione, dalla degradazione delle condizioni abitative. A testimoniare la crescente attenzione riservata a tale fenomeno, anche a livello internazionale, è la Direttiva n. 52/2009 dell’U.E., contenente indicazioni relative a sanzioni e provvedimenti nei confronti degli imprenditori che impieghino cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare.

La traduzione della Direttiva nell’ordinamento giuridico italiano è avvenuta con grande ritardo e in forma discutibile, rendendo piuttosto arduo, per le diverse agenzie ispettive e investigative, ricondurre una fenomenologia ampia, fluida e complessa ad una definizione giuridica basata su indici di sfruttamento particolarmente esigenti e difficilmente riscontrabili. L’impianto normativo, inoltre, assumendo un approccio totalmente sbilanciato sulla concezione del lavoratore migrante come vittima, non coglie appieno la complessità dei processi migratori in atto, dimenticando ad esempio di considerare che per alcuni lavoratori immigrati presenti in Italia un lavoro irregolare – sebbene sottopagato, con orari prolungati e magari nocivo per la salute – può costituire la migliore opportunità che essi possono raggiungere in alcune fasi della loro esperienza migratoria. Non va d’altra parte dimenticato che in Italia irregolarità ed illegalità della vita economica e lavorativa sono elementi strutturali, ampiamente tollerati dalle autorità e per certi versi funzionali agli interessi di numerose filiere produttive. Il quadro italiano, inoltre, è reso ancor più problematico da una normativa sull’immigrazione che, legando il permesso di soggiorno a un contratto regolare di lavoro, accresce la già elevata vulnerabilità del migrante nel sistema economico-produttivo, spingendolo spesso a non denunciare la propria eventuale condizione di grave sfruttamento per non pregiudicare sia la possibilità di svolgere un lavoro utile a soddisfare l’esigenza vitale di acquisire un reddito sia , più in generale, il proprio progetto migratorio. La difficoltà di ricondurre le diverse forme assunte dal lavoro gravemente sfruttato alla ristretta definizione giuridica va di pari passo con la mancanza di meccanismi certi di agevolazione delle denunce e di stimolo alla collaborazione dei lavoratori immigrati con gli organi inquirenti.

L’esito è L’inevitabile indebolimento dell’efficacia dell’azione ispettiva ed investigativa e in molti casi l’impossibilità di applicare alle casistiche individuate l’impianto sanzionatorio previsto dalla normativa italiana che ha recepito la Direttiva europea. Per uscire da questa impasse, alcune analisi suggeriscono di prestare maggiore attenzione al punto di vista dei lavoratori migranti e alla questione della difficile implementazione di un approccio eccessivamente sbilanciato sul piano repressivo e sanzionatorio. Inoltre, i pochi e frammentari servizi fino ad oggi predisposti ed erogati a chi decide di denunciare la propria situazione sono stati prevalentemente modellati sulla base delle esperienze e degli strumenti messi in campo a favore delle vittime di tratta a fini di sfruttamento sessuale, perdendo in tal modo di vista le specificità e le esigenze dei lavoratori migranti gravemente sfruttati sul piano lavorativo. Non esiste infatti una normativa specifica e dedicata che tuteli realmente l’immigrato che denuncia la propria condizione di schiavitù, nessuna garanzia di protezione dalle possibili ripercussioni fisiche, economiche e sociali che una possibile denuncia può far scaturire da parte dei caporali o dei datori di lavoro. Per non parlare poi dei cavillosi requisiti richiesti per la deposizione della denuncia che contribuiscono a scoraggiare il lavoratore e fargli preferire la via più “silenziosa” dello sfruttamento. A questo proposito appare essenziale operare soprattutto sul versante dei servizi di welfare, sostenendo chi si trova coinvolto in situazioni lavorative fortemente alterate in un percorso di progressivo rafforzamento delle capacità di pattuire le condizioni del proprio lavoro. Il riferimento è, per esempio, a politiche abitative adeguate, a infrastrutture e trasporti che colleghino luogo di lavoro e domicilio, alla presenza di presidi sanitari, a politiche del lavoro volte all’emersione del fenomeno e in grado di favorire l’incontro legale tra domanda e offerta, al fine di un ricollocamento delle vittime di gravi forme di sfruttamento lavorativo, a politiche di sostegno all’imprenditorialità e alla formazione di attività economiche legali e caratterizzate da condizioni di lavoro rispettose della dignità delle persone.

NON SOLO “STRANIERI” E UOMINI NEL BRACCIO DELLO SFRUTTAMENTO

Le condizioni di assoggettamento a caporali senza scrupoli non riguardano esclusivamente chi è estraneo ai regolari canali di lavoro in territorio italiano. Tra i campi non si vede soltanto la pelle scura dei sub sahariani o quella mulatta dei tunisini ma anche quella bianca dei comunitari o degli italiani anzi, delle italiane, arruolate sfruttate, ricattate e non di rado abusate sessualmente da caporali e datori di LAVORO connazionali. Di seguito un interessante estratto dell’inchiesta di Repubblica del 25 maggio 2015. Per le donne italiane è più semplice trovare un impiego nei campi perché considerate più “affidabili”, più “mansuete” delle lavoratrici straniere invece protagoniste in passato di proteste e denunce. Secondo le stime del sindacato Flai Cgil, sono 40mila le braccianti pugliesi vittime dei caporali italiani, che in molti casi hanno comprato licenze come agenzie di viaggio, riuscendo così ad aggirare i controlli. Il reclutamento avviene nei piccoli centri del sud (in Puglia come in Basilicata) e solitamente sono le donne a fare da tramite tra chi è alla ricerca di un lavoro e il caporale. “Nei paesi ci sono delle persone, generalmente sono delle donne, che fanno da tramite tra chi vuole lavorare e il caporale che decide dove mandare a lavorare le braccianti e quello che deve essere dato come salario. Cercano di non avere uomini, anche per i lavori pesanti, perché le donne si possono assoggettare più facilmente; le condizioni di lavoro sono spesso intollerabili, nelle serre le temperature arrivano spesso a superare i quaranta gradi. La fascia oraria parte dalle prime luci dell’alba fino al tramonto; ore ed ore chine sulle piantagioni spesso trattate con prodotti fortemente nocivi.

Da aprile a settembre centinaia di grossi pullman si spostano carichi di lavoratrici tra le province di Brindisi, Taranto e Bari per la stagione delle fragole, delle ciliegie e dell’uva da tavola. Grottaglie, Francavilla Fontana, Villa Castelli, Monteiasi, Carosino, sono solo alcuni dei nomi della geografia del caporalato italiano che sfrutta le donne. Il nome del caporale è scritto in grande, stampato sulla fiancata dei bus, insieme al numero di cellulare. “È per questo che nessuno li ferma”, dice Teresa, nome di fantasia. Il potere del caporale si misura dal numero di pullman che possiede, perché questo è indice anche della quantità di lavoratori che riesce a controllare. Si va dalle cinquanta alle oltre 200 persone. Il caporale prende dall’azienda circa 10 euro a donna e sui grandi numeri guadagna migliaia di euro a giornata. “Nel magazzino per il confezionamento dell’uva da tavola dove lavoro ci sono mille operaie italiane, portate lì da più di dieci caporali diversi”, racconta Antonio, bracciante della provincia di Taranto. In questi giorni i pullman percorrono quasi cento chilometri, dalla Puglia fino alle aziende agricole che producono fragole nel Metapontino, tra Pisticci, Policoro e Scanzano Jonico, in provincia di Matera. Questi proprietari conferiscono il prodotto a dei consorzi di commercianti con sede nel nord Italia che hanno magazzini in loco.

L’intermediario prende una percentuale variabile, almeno del 2%, poi si aggiungono i costi delle cassette e la tariffa del 12% pagata al “posteggiante”, il personaggio che la espone in vendita ai mercati generali. Alla fine si arriva a un prezzo al consumatore anche di 7 euro al chilo nei supermercati di Milano. Sfruttate come lavoratori immigrati. Gli orari di lavoro e la paga variano a seconda del tipo di raccolta. Ma la regola sono impieghi massacranti e sottosalario Il salario ufficiale è di 50-60 euro. Ma vengono segnate la metà delle giornate di lavoro effettivamente lavorate. Le braccianti vengono costrette a firmare buste paga che rispettano i contratti, perché le aziende hanno bisogno di dimostrare che sono in regola per poter accedere ai finanziamenti pubblici. Di fatto CONTINUANO a pagare un terzo o al massimo la metà del salario dovuto, richiedendo indietro i soldi conteggiati in busta paga.

“In provincia di Taranto, con inquadramento minimo, posso avere una busta paga ‘ufficiale’ di 47 euro lordi, però in realtà me ne arrivano 27, massimo 28 a giornata – racconta Antonietta – L’azienda ci dà il foglio di assunzione, noi dobbiamo portarlo con noi tutti i giorni nel caso ci dovesse essere un controllo. L’autista del pullman risulta essere un dipendente dell’agenzia di viaggio”. I datori di lavoro mettono la paga del caporale sull’assegno che percepiscono le lavoratrici, le quali riscuotono e danno al caporale la sua parte in nero. Nei campi italiani succede di tutto, approfittando della disperazione e della crisi economica. C’è chi aspira a diventare una “fissa” della squadra del caporale come se fosse una specie di nota di merito in graduatoria. Chi subisce molestie sessuali o la richiesta di prostituirsi per poter lavorare. Ci sono donne caporali che sono anche proprietarie di pullman.

Ma la figura più ambigua è quella che tutti chiamano “la fattora”, una sorta di kapò al femminile con una funzione di ricatto. È lei la persona di fiducia del caporale che controlla le lavoratrici sul campo. “Il suo ruolo è di subordinare psicologicamente le braccianti, garantendo loro assunzioni se rinunciano ai diritti”, spiega Deleonardis. “Alla minima protesta, rimostranza o insubordinazione si resta a casa per punizione – dice Teresa – Anche se ti lamenti perché non vuoi viaggiare nel cofano del pulmino”. Né denunce né ispezioni. Emerge il quadro di un sistema di produzione basato su ricatti, soprusi, omertà e conoscenza personale. “Non ho mai visto un pullman essere fermato da una pattuglia della polizia, anche se ne incontriamo molte”, continua Antonio. Secondo Deleonardis questo è un sistema di caporalato legalizzato. “È una situazione conosciuta da tutti sul territorio. Qui c’è una tolleranza di un sistema di illegalità, non si vuole colpire il caporalato – dice il sindacalista – Abbiamo chiesto al prefetto di Taranto di fare dei controlli, ma possibile che non ci sia mai una verifica se i pullman hanno le autorizzazioni a trasportare persone e in quali aziende vanno?”. I dati ufficiali del ministero del Lavoro dicono che ci sono state 1818 ispezioni in Puglia in tutto il 2014. Quelle che hanno riscontrato irregolarità sono state 925, circa il 50%, per un totale di 1299 lavoratori coinvolti, pari a 1,4 lavoratori ad azienda. Un numero davvero esiguo se paragonato ai datori di lavoro che assumono anche mille braccianti per volta servendosi dei caporali.

 I RECENTI TRAGICI AVVENIMENTI

21.07.2015 – Lecce, bracciante muore mentre lavorava con 40°: tre indagati, non aveva contratto3 (La Repubblica)

19.08.2015 – Puglia, bracciante morta nei campi. Martina: “Il caporalato è come la mafia”4 (Il Quotidiano) 27.08.2015 – Foggia, la denuncia del sindacato: “Occultato il corpo di un bracciante morto nei campi”5 (La Stampa)

LE ULTIME MOSSE DEL GOVERNO

La Cabina di regia della “Rete del Lavoro agricolo di qualità”

A seguito dei drammatici fatti di cronaca verificatisi nelle ultimi mesi, il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, ed il Ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Maurizio Martina, hanno deciso di rafforzare le iniziative di contrasto dei fenomeni di irregolarità e delle criticità che caratterizzano le condizioni di lavoro nel settore agricolo e che determinano rischi pesanti per la salute dei lavoratori, in particolare nella stagione estiva.

A questo fine, la Direzione Generale per l’attività ispettiva del Ministero del Lavoro ha dato indicazione alle Direzioni interregionali e territoriali del lavoro di coinvolgere i responsabili dei servizi prevenzione delle ASL nelle attività di vigilanza già programmate e sulla base di intese preventive o prassi consolidate. L’obiettivo è quello di accertare e contrastare i fenomeni di caporalato, lavoro “nero” o irregolare, e di assicurare il rispetto delle condizioni di sicurezza in cui devono operare anche i lavoratori del settore agricolo.

Proprio per il settore, il Ministero del Lavoro ha già programmato specifiche attività di vigilanza, partendo da una analitica mappatura delle aree geografiche che negli ultimi anni hanno fatto registrare la maggiore concentrazione dei fenomeni di irregolarità e delle criticità.

Il Ministero delle politiche agricole ha inoltre chiesto la convocazione urgente della Cabina di regia della “Rete del Lavoro agricolo di qualità”. Con la Rete, introdotta con il provvedimento Campolibero (Documento PDF) e operativa da febbraio, per la prima volta in Italia si è creato un coordinamento per il contrasto dello sfruttamento nel lavoro agricolo, avviato un percorso di semplificazione e istituita una certificazione delle aziende agricole in regola, aumentando i controlli su quelle non iscritte alla Rete stessa. Della cabina di regia, presieduta dall’Inps, fanno parte le organizzazioni sindacali, le organizzazioni professionali agricole, insieme ai rappresentanti dei Ministeri delle Politiche agricole, del Lavoro e dell’Economia e della Conferenza delle Regioni. La rapida approvazione delle norme sul lavoro agricolo e sulla “Rete” contenute nel Collegato agricoltura, all’esame del Parlamento, permetteranno di rafforzare ulteriormente l’operatività di tale strumento contro questa piaga inaccettabile e drammatica.

Le task force regionali

La lotta al caporalato e al lavoro nero entra a far parte delle priorità dei ministeri dell’Agricoltura e del Lavoro. Lo Annuncia Maurizio Martina, Ministro dell’Agricoltura: «Il 27 agosto terremo un vertice nazionale proprio sui temi del caporalato». Non solo: il rappresentante del governo annuncia anche l’intenzione di varare «task force territoriali» per controlli mirati e più serrati.

Il ministro Martina più volte è intervenuto in questi giorni per stigmatizzare il fenomeno e spiegare quali contromisure il governo sta mettendo in campo, a cominciare dalla Rete del lavoro agricolo di qualità, varata insieme con l’Inps: <<Dopo la Rete del lavoro agricolo di qualità dobbiamo maturare altre scelte radicali. In particolare io penso all’idea di costruire delle task force territoriali, soprattutto in alcune regioni, ed è un’operazione che va assolutamente consolidata nelle prossime settimane». Il caporalato in agricoltura è un fenomeno da combattere come la mafia. Dal primo settembre le aziende agricole potranno aderire alla “Rete” tramite il portare internet Inps. Per la prima volta in Italia si istituisce un sistema pubblico di certificazione etica del lavoro che riguarderà proprio le imprese agricole. Il “certificato di qualità” non sarà un semplice bollino di natura burocratica, ma attesterà il percorso delle verifiche puntuali e preventive effettuate individuando e valorizzando le aziende virtuose. Il coordinamento tra istituzioni e parti sociali sarà ulteriormente rafforzato con il completamento dell’iter parlamentare del “collegato agricoltura” che prevede l’adesione alla Rete, attraverso la stipula di convenzioni, degli sportelli unici per l’immigrazione, delle istituzioni locali, dei centri per l’impiego e degli enti bilaterali costituiti dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori in agricoltura».

Chi è in pressing su Martina da giorni è Dario Stefàno, senatore salentino Sel: «Non possiamo più permetterci di rimanere indietro rispetto a quei fenomeni e a quelle fattispecie che il mercato del lavoro così destrutturato propone e applica. L’incalzare nella cronaca di queste atroci morti ci deve portare ad assumere iniziative forti, puntuali e di sistema, utili anche alla definizione di un quadro normativo maggiormente incisivo nella prevenzione e nella capacità di controllo repressivo». «Ho raccolto – continua Stefàno – diverse testimonianze provenienti da realtà che, per i più eterogenei motivi, sono o entrano in contatto con il caporalato, passando perciò dalle considerazioni di alcuni magistrati, alle denunce fatte da alcuni dei sindacati attivi in questo settore, fino ad alcuni agricoltori che scelgono di non passare per l’ignobile scorciatoia di questa forma di vera e propria schiavitù. Ho riassunto l’esito di questi confronti nella necessità di istituire una Commissione d’inchiesta parlamentare perché nonostante il passo avanti ottenuto con la previsione del reato di caporalato nel nostro codice penale, resistono difficoltà importanti e sostanziali nella prevenzione e nell’accertamento, così come nell’attribuzione di questa fattispecie criminosa».

«Solo questo, però, non può più bastare. Ho ritenuto necessario – aggiunge Stefàno – prevedere anche un approfondimento su quei fenomeni sempre più diffusi quanto originali che rientrano nel cosiddetto “lavoro grigio”, dove le norme sembrano essere rispettate, ma nei fatti si lacerano diritti e dignità. La proposta di Commissione d’inchiesta nasce con l’intento di rendere maggiormente cogenti gli impegni normativi così come maggiormente puntuale lo stato dell’arte circa lo sfruttamento della manodopera in generale. L’auspicio è che attorno a questa emergenza convergano il tuo contributo e quello di tutte le diverse forze politiche», conclude l’esponente Sel rivolgendosi al ministro.

L’INTERVENTO DELLE CARITAS

In Expo è stato presentato, il 2 luglio scorso, il Rapporto Presidio 20159 «Nella terra di nessuno: lo sfruttamento lavorativo in agricoltura», relativo al Progetto Presidio finanziato dalla Cei e coordinato da Caritas Italiana in collaborazione con dieci Caritas diocesane, una del nord (Saluzzo) e nove del sud (Acerenza, Caserta, Foggia Bovino, Melfi Rapolla Venosa, Nardò Gallipoli, Oppido Mamertina Palmi, Ragusa, Teggiano Policastro, Trani Barletta Bisceglie).

Obiettivo di questo innovativo progetto, avviato nel 2014: promuovere un’azione di sistema per intervenire sullo sfruttamento lavorativo in agricoltura attraverso l’azione e la collaborazione delle dieci Caritas diocesane che hanno attivato sul loro territorio un «Presidio». Cioè, come dice il nome,

una presenza costante fra i lavoratori, per dar loro – in rete con altre realtà locali – aiuto, ascolto, accompagnamento, informazioni e consulenza legale e lavoristica, assistenza sanitaria, segretariato sociale. Gli operatori di presidio battono i territori come vere e proprie ronde della solidarietà avvalendosi di sedi mobili – camper e furgoni – per cercare gli immigrati là dove lavorano e vivono, spesso disseminati nelle campagne. E anche questa è Chiesa in uscita, per dirla con Papa Francesco. Che si mette in strada e va nelle terre di nessuno, dove il bisogno chiama. Anche quando resta senza voce. O senza speranza. Dal 1° luglio al 31 dicembre 2014 i dieci «presidi» hanno contattato in totale 1.277 persone – oggi ormai quasi duemila, ha sottolineato De Marco illustrando il progetto. Gli uomini sono il 96,9%. Pochissime le donne. La cui condizione è però ancora più drammatica: alla forte segregazione in luoghi spesso nascosti – è il caso del Ragusano, con gli operatori Caritas a lanciare volantini nelle serre per poter contattare le lavoratrici – si unisce l’esposizione al rischio di «sfruttamento multiplo» – compreso quello sessuale, ad aprire la via a gravidanze e aborti. Gravi le condizioni abitative: due terzi dei lavoratori contattati vivono in casolari abbandonati, baracche, tende, o addirittura all’addiaccio. Il 50,6% ha meno di 30 anni. Le nazionalità principali: Burkina Faso, Mali, Ghana, Costa d’Avorio, Tunisia, Marocco. «Ma al 30 giugno 2015 è netta la prevalenza di cittadini romeni», aggiorna il dato De Marco.

Scolarità e conoscenza della lingua e della legge italiana sono basse: il che facilita raggiri e ricatti da parte di caporali, datori di lavoro e sfruttatori vari. Il 50% non ha documenti in regola? il 57,7% dichiara di non essere assunto con regolare contratto? il 72% ha fatto debiti per emigrare e, ora, per lavorare in Italia: e sono, questi, ulteriori fattori di vulnerabilità e ricattabilità. Al 31 dicembre scorso, infine, per un buon 20% dei 1.277 intervistati emergono veri e propri «indici di sfruttamento. Laddove l’agricoltura è più fiorente e produce prodotti di altissima qualità nutrizionale – e dunque commerciale, non solo in Italia ma anche all’estero – è contemporaneamente presente il lavoro indecentemente remunerato e svolto in condizioni brutali e spesso paraschiavistiche», si legge nel Rapporto. Questo accade anche al nord e al centro della penisola, non solo al sud come solitamente si crede. Il discorso però non è riducibile alla triade lavoratore- caporale- datore di lavoro ma forti responsabilità hanno anche i grandi distributori e le grandi catene che dettano i prezzi ai produttori.

PROSPETTIVE FUTURE

A seguito degli importanti risultati che si stanno raggiungendo grazie al lavoro dedicato, professionale e minuzioso delle Caritas sul territorio e con lo studio approfondito del fenomeno dello sfruttamento lavorativo, molte sono le caritas diocesane che hanno mostrato il loro interesse per questa progettualità che permette di intervenire sui territori relativamente al fenomeno di sfruttamento lavorativo e diverse sono le segnalazioni circa la volontà di far parte della rete Presidio.

E’ intento della Caritas Italiana, dunque, di valutare il futuro coinvolgimento nella rete del progetto Presidio di altre Caritas Diocesane.