di Alessandro Puglia

Vita.it – 12 ottobre 2019

Dopo 12 anni alla guida del Gicic, la prima task force italiana dedita al contrasto al traffico di migranti, il commissario degli sbarchi è stato confinato in un ufficio di polizia amministrativa nel ruolo di funzionario addetto al rilascio di passaporti e di licenze per porto d’armi e pubblici spettacoli. Parini stava lavorando a importanti inchieste e aveva individuato il covo dei trafficanti di migranti che partono dalla Turchia tra i sobborghi di Istanbul. Oggi più che mai è necessario riesumare la task force che nell’applicazione delle leggi rispettava ogni migrante sbarcato e non criminalizzava le Ong  

C’è una scrivania rimasta vuota al quinto piano degli uffici della Procura di Siracusa. La scrivania sormontata da fogli, appunti e faldoni che il commissario Carlo Parini lasciava soltanto in occasione di sbarchi di migranti in qualche spiaggia remota tra l’oasi naturale di Vendicari e Portopalo di Capo Passero o per gli interrogatori al porto di Augusta dove con il suo Gicic – la prima task force nata in Italia specializzata nel contrasto al traffico di migranti – cominciava a pianificare la sua caccia ai trafficanti di uomini. L’ultimo sbarco gestito dal gigante buono della Polizia di Stato è stato quello del 3 ottobre 2018, a Capo Negro, una piccola località circondata dagli alberi di mandorlo di Avola dove ad arenarsi sulla scogliera era stato un piccolo peschereccio con sette egiziani a bordo. Uno di quegli innumerevoli sbarchi autonomi che il commissario Carlo conosceva molto bene avendoli affrontati alla guida del Gicic prima del 3 ottobre 2013, data della strage di Lampedusa in cui persero la vita 366 persone, esattamente cinque anni prima dell’ultimo sbarco del commissario Carlo.

Una coincidenza amara perché in quei giorni al commissario Carlo venne comunicato dall’allora neo Procuratore di Siracusa Fabio Scavone – come si legge da dichiarazioni pubblicate in diverse testate locali – che il Gicic avrebbe chiuso i battenti «per una forte contrazione degli sbarchi» e «per questioni burocratiche e di sostanziale contrasto con le competenze territoriali».

Insomma nulla a che vedere con i massimi sistemi, ma con “questioni burocratiche” che costringono il poliziotto italiano in prima linea nella lotta al traffico di migranti a tornare negli uffici della Questura di Siracusa dove gli viene assegnato il ruolo di “funzionario addetto alla divisione amministrativa e sociale” con attività che prevedono rilascio di passaporti, licenze per porto d’armi e per pubblici spettacoli. Più che una punizione, un’umiliazione.

Il Gicic era stato creato dal commissario Carlo Parini nell’ottobre del 2006, una task force unica del suo genere alla quale ad ogni sbarco rispondevano uomini della Polizia di Stato, Guardia Costiera, Marina Militare, Guardia di Finanza, Carabinieri, oltre che una trentina di mediatori culturali specializzati. Dal 2006 al 2018 il commissario Carlo ha coordinato l’arrivo di quasi 130 mila migranti, molti dei quali nel porto di Augusta, il primo in Italia per numero di sbarchi con l’operazione Mare Nostrum e Triton. Persone con storie traumatiche alle spalle che il commissario Parini ha visto passare sotto i suoi occhi e ha saputo ascoltare al di là di quella serie prestabilita di domande che gli investigatori fanno ai migranti appena sbarcati. Perché quando si ha a che fare con uomini, donne e bambini che hanno vissuto l’inferno prima di rimettere un piede a terra è necessario avere un approccio umano oltre che investigativo.

Il prezioso lavoro del Gicic, il cui acronimo sta per Gruppo di contrasto all’immigrazione clandestina, anche se quella parola “clandestino” al commissario Carlo non è mai piaciuta, ha portato in dodici anni di attività al sequestro di 219 imbarcazioni tra barconi, aliscafi e barche a vela e all’arresto di ben 1052 “scafisti di professione”, figure criminali che il commissario Carlo sapeva distinguere da quei migranti subsahariani che senza un soldo in tasca venivano minacciati con le armi dai trafficanti libici per guidare l’imbarcazione fino alle acque territoriali italiane dove poi venivano abbandonati. «Dal loro odore riesco a capire quanti mesi sono stati rinchiusi nei campi di detenzione in Libia», ripeteva il commissario Carlo durante uno sbarco di 400 migranti al porto di Augusta.

L’ultima inchiesta

Il dossier Libia era uno dei tanti custoditi dal commissario Parini. Perché dal 2016 nella sua monumentale scrivania si incrociavano foto e testimonianze di naufraghi che avevano portato a brillanti risultati investigativi nel contrasto al traffico di migranti dalle coste turche di Bodrum, Istanbul o Izmir all’Italia con barche a vela guidate da skipper ucraini. Sbarchi che hanno interessato in primo luogo il distretto del Siracusano dove operava il Gicic fino a due, tre arrivi al giorno, ma anche le coste della Calabria, Puglia e persino della Basilicata.

Nonostante la politica dei porti chiusi con le persone ferme in mare per intere settimane dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, gli sbarchi spontanei di migranti dalla Turchia non si sono mai arrestati. Come i più recenti avvenuti il 21 settembre 2019 in Calabria, nella Locride, dove la Guardia Costiera ha intercettato 41 migranti iracheni e iraniani a bordo di una barca a vela o quello del 6 o del 3 settembre 2019 sempre nelle coste calabresi. E in Sicilia? È possibile che da quando il Gicic ha chiuso i battenti non ci siano stati più arrivi di barche a vela provenienti dalla Turchia?

Nessuno oggi può saperlo. Di quelle organizzazioni criminali il Gicic aveva scoperto ogni sfaccettatura. Il 28 aprile 2017 per la prima volta con un mandato d’arresto europeo nella storia della lotta al traffico di migranti il gruppo interforze capitanato dal commissario Carlo aveva condotto all’arresto di tre scafisti ucraini che sostavano in una barca a vela al porto di Iraklion nell’isola di Creta.

Inchieste che avrebbero senz’altro portato gli uomini del Gicic a scoprire le identità dei trafficanti di uomini che operano nei quartieri di Zeytinburnu e Aksaray ad Instabul. È qui infatti che il Gicic aveva individuato il covo dove venivano smistati da abitazione in abitazione siriani, afghani, iraniani e stranamente anche somali molto ricchi che attendevano il momento del viaggio di “prima classe” pagando fino a sette, dieci mila dollari per la traversata. Imbarcazioni che gli scafisti ucraini o bielorussi rubano o affittano senza mai restituirle per un mercato illecito che vanta le migliori marche del settore come la tedesca Bavaria o la francese Benetau.

I “camionisti del mare” come li definiva il commissario Carlo studiavano il loro piano nei minimi particolari come ad esempio il cambio di bandiera da quella statunitense a quella italiana all’ingresso nelle acque territoriali per destare meno attenzione. Piano che il commissario Carlo riusciva a smantellare sistematicamente. Tra gli arresti nei confronti degli scafisti dell’Est figuravano persino un campione di barca a vela e tre ex disertori dell’esercito ucraino.

Risultati, tracce, indizi che avevano reso il commissario Parini il cacciatore di scafisti più conosciuto al mondo con libri, tesi universitarie, reportage che hanno descritto negli anni la sua task force. E del cui straordinario operato si legge nell’audizione del 2 maggio 2017 alla IV commissione della Difesa al Senato della Repubblica dall’allora Procuratore di Siracusa Francesco Paolo Giordano che sino all’ultimo aveva creduto nell’importanza di una task force unica in Italia come quella del Gicic.

Nessuna criminalizzazione delle Ong

Ma c’è ancora un altro dato che balza all’occhio nell’audizione di Giordano: il rapporto collaborativo con le Ong. «Non è emerso in questi anni nessun elemento investigativo tale fa far supporre un coinvolgimento diretto o indiretto delle Ong singolarmente intese o di singoli appartenenti alle stesse con i trafficanti internazionali», si apprende dal documento scaricabile dal sito del Senato.

Nel teatro degli sbarchi dove operava il Gicic, le navi delle Ong non erano altro che attori come altri di una macchina d’accoglienza che funzionava alla perfezione. «Alcune delle predette navi, specie la Phoneix di Moas, realizzano spesso filmati e foto, che vengono consegnati alle autorità di Polizia, nella fattispecie al Gicic, allorquando viene destinata ad Augusta, fornendo numerosi elementi di spunto investigativo», aggiungeva Giordano.

Un rapporto di cooperazione nel rispetto delle leggi che l’OngMoas ha sempre tenuto nei confronti di tutte le forze di polizia con cui negli anni si è interfacciata, come spiega Regina Catambrone, la fondatrice della Ong maltese che oggi ricorda la task force guidata dal commissario Parini: «Chiudere il Gicic è stata una scelta fallimentare così come tante altre cose, come la criminalizzazione delle Ong. Non erano soltanto le persone migranti ad essere trattate come esseri umani e non come criminali, ma anche noi che ci occupavamo di salvare vite. Il Gicic, anche nel momento in cui stava per avviarsi la campagna contro le Ong, ci trasmetteva un importante rispetto verso il nostro lavoro svolto sempre utilizzando personale composto da professionisti del mare, medici ed esperti. Questo approccio ci permetteva di mettere la nostra missione umanitaria nelle mani di coloro, il Gicic e tutte le organizzazioni, che erano al porto per continuare ad assistere queste persone. Eravamo tranquilli del fatto che qualcuno se ne sarebbe preso cura come ce ne stavamo prendendo cura noi nel rispetto dei loro ruoli e delle loro competenze. Con Parini, inoltre, abbiamo spesso discusso dell’importanza di vie sicure e legali nella convinzione che sia l’unico modo per contrastare veramente il traffico di esseri umani»,ricorda Regina Catambrone che descrive la task force del commissario Carlo come «un gruppo che, nel lavorare a stretto contatto con le persone migranti, non dimenticava il principio di umanità, non riduceva, come troppo spesso capita, le persone in numeri e, di conseguenza, in cose. Parini faceva sì che la sua squadra si comportasse in maniera estremamente umana con persone altamente vulnerabili traumatizzate dal viaggio, abusate, torturate. Questa particolare attenzione nei confronti di bambini, donne e uomini era importante. Era l’esempio concreto di come sia possibile coniugare i dovuti controlli con il massimo rispetto dei diritti umani»,conclude la fondatrice di Moas.

Perché al di là dei numeri, degli arresti eccellenti, delle inchieste che non si sa più come sono andate a finire, il commissario Carlo dal suo piccolo ufficio amministrativo dove – per chi lo conosce – non avrà sicuramente apposto alcun nome sulla porta d’ingresso continuerà a pensare ai tanti corpi senza vita che si è visto arrivare in banchina e a quei volti tirati su dal mare che hanno lasciato tracce indelebili per chi era presente agli sbarchi.

Storie come quella della piccola Hayat, una bimba di pochi mesi che galleggiava aggrappata su ad un pezzo di legno durante un naufragio e poi soccorsa dal rifugiato siriano che al porto di Augusta la teneva in braccio come una figlia. O come quella del nonno siriano Abdel TakTak che a 92 anni reggendosi a un bastone era partito dall’Egitto con tutta la sua famiglia per arrivare in Germania. Storie come quella dei tre scafisti egiziani arrestati nel 2015 perché colpevoli di aver gettato in mare l’insulina contenuta nello zainetto di una bimba siriana di 11 anni morta di diabete al quinto giorno della traversata. Storie come quella di Melorin, una bimba iraniana arrivata in barca a vela che non dava segni di vita e fu rianimata in spiaggia accanto al commissario Carlo da un medico milanese che si trovava in quei giorni in vacanza a Portopalo di Capo Passero, il paese più a sud d’Europa dove si incrociano le correnti del Mar Jonio e del Mediterraneo. Qui dove è difficile credere che non ci saranno più arrivi di migranti senza il commissario Carlo che lascia vuota la sua scrivania per correre allo sbarco.

Il reportage “L’ultima inchiesta del Commissario Carlo” è stato selezionato dal Migration Media Award ed ha ricevuto il supporto di OPEN Media Hub e Euro Med Migration 4 con fondi dell’Unione Europea. Le informazioni e i punti di vista di questa storia sono dell’autore e non necessariamente riflettono l’opinione ufficiale dell’Unione Europea

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Povertà: il web attribuisce la colpa ai migranti e ai politici

Vita.it – 17 ottobre 2019

La campagna #lavocedeibambini di Fondazione L’Albero della Vita rivela cosa pensano gli italiani che usano i social sulla povertà nel nostro Paese. Tra le espressioni e parole che vengono principalmente utilizzate troviamo: immigrati, migranti, prima gli italiani, evasione, governo, reddito di cittadinanza, contributi  

Se parliamo di povertà in Italia, e più nello specifico, della percezione delle cause che, secondo gli utenti dei social (Facebook, Instagram e Twitter) portano le famiglie italiane a essere in condizioni di povertà estrema (dato che colpisce, secondo l’Istat oltre 1,8 milioni di famiglie in povertà assoluta per un totale di 1,26 milioni i minori) le espressioni e parole che vengono principalmente utilizzate sono: immigrati, migranti, prima gli italiani, reddito di cittadinanza, contributi, evasione, governo.

È quanto emerge da un’analisi dei commenti rilasciati a seguito del lancio della campagna #lavocedeibambini lanciata da Fondazione l’Albero della Vita che pone una domanda semplice e diretta agli utenti “Papà perché siamo poveri?”. A farla Andrea, di 11 anni circa, che dal 30 di settembre popola il web con reazioni inaspettate e immotivate.

Raggruppando gli oltre 1.000 commenti arrivati in sole due settimane e studiandoli con i principali metodi di linguistica computazionale e analisi testuale, si può delineare un quadro molto preciso di che cosa pensano gli “italiani social addicted” del tema con una spaccatura, pressoché pari al 65% tra chi sostiene che la povertà delle famiglie in Italia ha uno stretto collegamento con l’immigrazione (25%) e chi invece, attribuisce la colpa al mal governo del nostro Paese (40%).

I primi si esprimono con commenti come “Prima gli Italiani”, “Accogliamo e manteniamo giovanotti e non bimbi denutriti”, “Perché tu non sei un palestrato arrivato con la nave con uno smartphone di nuova generazione…peggio per te!”; i secondi, invece con espressioni quali “Perché i nostri politici andrebbero cacciati”, “Perché il nostro Governo pensa prima ai migranti che ai nostri bambini”, “La risposta è semplice, perché chi ci governa non pensa al suo popolo bensì a stare attaccati alle loro seggioline, mangiando alle spalle nostre!”.

Collegato a questi due aspetti, c’è poi chi chiama in causa il fenomeno dell’evasione fiscale (5%) dichiarando “Proprio non volete o non riuscite a capire: se le risorse per affrontare il tema della povertà sono poche non lo dobbiamo a quanto investito nell’accoglienza ma al moltissimo che lo stato non incassa a causa dell’evasione fiscale che è ai massimi livelli a livello europeo!”.

Non manca il solito attacco al mondo dell’associazionismo (10%) ormai lungamente e continuamente denigrato e bistrattato anche nei confronti di chi cerca di trovare soluzioni alla povertà e alla domanda di futuro dei più fragili. “Il tema che viene maggiormente portato in causa è legato alla mancanza di realizzazione di strutture con i fondi dell’sms del terremoto “Perché dove sono finiti i soldi dei terremotati?”.

E non si lascia escluso nessuno, neppure il mondo ecclesiastico storicamente da sempre sensibile al tema del contrasto alla povertà “Andate in Vaticano, bussate e vi sarà aperto” in questa modalità si esprime il 7% degli intervenuti.

E se è vero che l’ironia salverà il mondo, non mancano commenti di questo tono, perché al popolo del web si può attribuire la superficialità, ma non certo la mancanza di originalità e di ironia nei commenti “Di Maio ha detto che ha già sconfitto la povertà!”, “La povertà in Italia, non ci credo!”.

Solo una piccolissima parte ha una buona consapevolezza del fenomeno e dichiara che “Perché non si aiutano i genitori”, “Date posti di lavoro e opportunità alle famiglie e ai genitori”; “Io ho frequentato le elementari negli anni ’60 e posso assicurare che la povertà era molto più diffusa di adesso ed era miseria vera”.

I più speranzosi concludono “Adesso c’è il reddito di cittadinanza; quindi non si può dire che lo Stato non aiuta gli italiani”; “Con il reddito di cittadinanza il problema della fame non dovrebbe esistere più. Ora, con il reddito di cittadinanza, il problema della fame dovrebbe scomparire”.

La campagna #lavocedeibambini è stata ideata da FABRICA, centro di ricerca sulla comunicazione, sotto la direzione creativa di Oliviero Toscani, pro bono per Fondazione L’Albero della Vita da anni in prima fila nella lotta contro la povertà minorile in Italia. Può essere  visualizzata sulla pagina Facebook di Fondazione L’Albero della Vita e sul canale YouTube dell’Ente.