di Giulia Cerqueti
Famiglia Cristiana – 30 luglio 2015

Il fenomeno è diffuso in molti Paesi del mondo. Nel nostro Paese si calcola che siano ogni anno duemila le ragazzine forzate alle nozze nei Paesi di origine. Una mozione alla Camera, votata all’unanimità, impegna il Governo a dare attuazione alla risoluzione Onu contro i matrimoni precoci e forzati.
L’ultimo caso raccapricciante di cui si ha notizia è accaduto in India: una bambina di appena 6 anni è andata in moglie a un uomo di 35 anni. Un modo, pare, per onorare un’usanza locale. Sempre e comunque un orrore. In questo caso, l’uomo, lo sposo, è stato arrestato. Ma il fenomeno delle spose bambine rimane una piaga profonda, radicata, diffusa in molti Paesi del mondo. Bambine strappate alla loro infanzia, costrette a diventare donne e madri in modo precoce e brutale, contro la loro volontà.
Sono circa 60 milioni le spose bambine nel mondo. I Paesi in cui il fenomeno è più comune sono Bangladesh, Guinea, Mali, Ciad, Mozambico, Niger. In 146 Paesi del mondo sono ammessi i matrimoni sotto i 18 anni, oltre 50 Stati consentono le unioni sotto i 15 anni. Ma anche dove la legge lo vieta, soprattutto nelle zone rurali e più emarginate, non mancano casi di spose bambine di appena 8-10 anni. Come Rawan, piccola yemenita di 8 anni: nel 2013 il patrigno l’ha venduta, data in sposa per duemila euro a un uomo sui 40 anni. Dopo la prima notte di nozze Rawan è morta, un’emorragia interna le è stata fatale. Un terribile dramma che le autorità locali hanno smentito, ma che gli attivisti hanno denunciato con forza, affermandone la veridicità.
Quella dei matrimoni precoci è una piaga difficile da estirpare perché affonda le sue radici nelle usanze di molti Paesi nei quali domina una cultura fortemente maschilista che discrimina le donne. In genere, i matrimoni vengono organizzati dalle famiglie stesse delle bambine, spesso povere, a fronte di un compenso economico.
Spose bambine, ovvero piccole schiave. Perché queste ragazzine vengono derubate del loro diritto a crescere in tranquillità, a vivere la loro adolescenza, a giocare, andare a scuola e ricevere un’istruzione, a scegliere la loro strada in autonomia. Vengono derubate del loro futuro. Oltre a correre rischi gravissimi per la loro vita, la loro salute e anche quella dei loro figli. Schiave prima dei padri, poi dei mariti e delle famiglie acquisite. Sottoposte a violenze, spesso fisiche, quasi sempre psicologiche.
Nemmeno l’Italia è estranea a questo enorme problema. I dati non sono certi, perché il fenomeno difficilmente può essere controllato (dal momento che le unioni avvengono all’estero). Ma si stima che nel nostro Paese, ogni anno, almeno duemila ragazzine nate qui, figlie di immigrati, siano costrette alle nozze nei Paesi di origine delle loro famiglie.
“Pedofilia legalizzata”: così ha stigmatizzato il fenomeno l’onorevole Pia Locatelli, coordinatrice dell’intergruppo parlamentare “Salute globale e diritti delle donne”. La deputata socialista si è fatta promotrice di una mozione alla Camera, votata all’unanimità, che impegna il Governo a dare attuazione alla risoluzione delle Nazioni Unite contro i matrimoni precoci e forzati.
Nonostante la difficoltà a reperire i dati, “ci sono due indagini dell’Istat utili per iniziare a studiare e capire il fenomeno”, ha sottolineato la Locatelli. “La conoscenza del fenomeno è fondamentale, proponiamo quindi di inserire questo tipo di ricerca nel piano contro la violenza da poco licenziato”. La lotta alla pratica crudele dei matrimoni forzati richiede l’impegno della cooperazione internazionale, ma anche un lavoro capillare di carattere culturale: “L’educazione ai diritti, rivolta non solo alle vittime, ma alle comunità di appartenenza, a partire dai padri, dai fratelli, dai ragazzi, e nelle scuole, soprattutto quelle a presenza mista per etnie”.