Avvenire – 7 giugno 2016  

Provenire da un paese dove esistono “oggettive difficoltà economiche, di diffusa povertà e di limitato accesso per la maggior parte della popolazione ai più elementari diritti inviolabili della persona, tra cui il diritto alla salute ed alla alimentazione”, dà il diritto a un immigrato ad essere accolto in Italia.

Lo ha stabilito il giudice civile di Milano Federico Salmeri che lo scorso marzo ha riconosciuto a un ragazzo di 24 anni, proveniente dal Gambia, il permesso di soggiorno per “protezione umanitaria” dopo che la Commissione territoriale aveva respinto la richiesta dell’immigrato di rimanere nel nostro Paese.

Come immaginabile, la sentenza ha provocato molteplici reazioni. Il provvedimento, primo nel suo genere, cita la “normativa più significativa” relativa “agli obblighi costituzionali ed internazionali che gravano sullo Stato italiano”, fino alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo secondo la quale “ogni individuo ha il diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali essenziali”.

Per il giudice, che descrive il Gambia come “uno dei paesi più piccoli e più poveri del continente Africano”, un provvedimento di rimpatrio sarebbe un atto “in spregio agli obblighi di solidarietà di fonte nazionale ed internazionale”.

Infine l’ordinanza, quasi in chiusura, chiarisce che tale provvedimento “può comportare il rischio di un riconoscimento di massa della protezione umanitaria” in quanto “per sua natura, un diritto universale non è a numero chiuso”.

La reazione più dura, come prevedibile, arriva dalla Lega Nord. Secondo questo partito ciò significherebbe affermare il diritto di tutti i poveri a venire in Italia.