di Eraldo Affinati
Avvenire – 27 luglio 2015

Mi trovavo nel deserto marocchino, insieme ad alcuni uomini, fra i quali Moustafà, padre di Omar, a cui avevo insegnato a scrivere alla Città dei Ragazzi di Roma. La terra davanti a noi era la stessa che Charles de Foucauld attraversò da solo nella speranza di ritrovare dentro di sé, fra quelle dune sabbiose, lo spirito del falegname di Nazareth. Mi venne da pensare all’umile fratello, alla sua vita nascosta, mentre facevo le abluzioni prima di mettermi a pregare con i miei compagni, io unico bianco in mezzo a loro. Chissà, forse fu proprio il piccolo grande esploratore francese, assassinato da un adolescente che lui avrebbe voluto aiutare quasi cento anni fa nell’eremo di Tamanrasset, che mi spinse a chiedere a Moustafà, a cui avevo appena riconsegnato suo figlio, come considerasse i terroristi capaci di farsi uccidere insieme alle loro vittime.
La sua risposta scese su di me alla medesima stregua di una benedizione: «Quelli non sono uomini religiosi». Da allora ho imparato a diffidare delle aride cifre e delle astratte definizioni che ogni giorno ci vengono propinate. Trecento profughi sbarcati qui. Cinquanta trasferiti là. Richiedenti asilo politico. Minorenni non accompagnati. Riscatti da pagare. Accoglienze da finanziare. Dentro queste sigle generiche, titoli di giornali, adesivi linguistici che si staccano subito dalle vite che dovrebbero indicare, non c’è la faccia impaurita di Mohamed chinato sotto le transenne del Centro di pronto intervento della periferia metropolitana quando vede una schiera di facinorosi inveirgli contro.
L’espressione «quote da distribuire» non ci mostra l’ustione sul braccio di Mamoudou, costretto a stendersi in fondo alla barca, vicino al motore, quindi senza potersi proteggere dalla fuoriuscita della nafta e nemmeno il modo frettoloso con cui viene curato all’ospedale: gli infermieri si limitano a spargergli una pomata prima di dimetterlo. La dicitura «protocolli da eseguire» non ci fa capire la gerarchia presente all’interno dell’imbarcazione, dove quelli che hanno pagato di più possono respirare meglio degli altri, destinati a soffocare all’interno dello scafo e comunque tutti devono stare immobili durante l’intera traversata, se vogliono evitare il rischio di finire in pasto ai pesci.
È questa la ragione per cui, mettendo da parte le procedure ufficiali, dovremmo chiamare per nome le persone che arrivano in Europa: Babucar, Alì, Sofiane, Raduane, Aminata, Fatima…
Avanti, diteci chi siete, parlateci delle vostre famiglie, come avete vissuto, cosa vi è successo, dove abitate, quali sono gli obiettivi che vi proponete. Sarà come interpellare il nostro passato perché nessuno può illudersi di fare questo nuovo appello senza mettersi in gioco, sciogliendo i propri nodi spinosi, superando le forti resistenze che ci attanagliano, alcune delle quali sono storiche (pensiamo all’eredità coloniale che ci portiamo dietro), ma altre riguardano la nostra esistenza e quella dei nostri genitori.
Se ascoltassimo le vicende personali dei migranti, se fossimo attenti ai contesti, se guardassimo negli occhi chi abbiamo di fronte, avremmo l’opportunità di capire noi stessi. Egoismo, negligenza e indifferenza sono gli ostacoli che ritardano o impediscono questo difficile compito. Delegare alla classe politica tale incombenza sarebbe una falsa scorciatoia. Non si affronta un’osmosi di popoli come quella che stiamo vivendo con qualche semplice atto amministrativo. C’è un grande lavoro umano da compiere, improcrastinabile. Ognuno di noi è chiamato a svolgerlo. Per un cristiano, certo, si tratta della prova del nove: la verifica suprema, senza cui la fede si trasforma in una squallida assicurazione spirituale. Un ridicolo alibi interiore. Ma, prima di arrivare a tanto, dobbiamo soffiare sulla polvere della Carta costituzionale che i nostri padri ci hanno consegnato a prezzo di sangue e impedire che diventi, se non lettera morta, mero galateo di educazione civica a uso esclusivo di una sola parte. Incredibilmente sarà proprio il piccolo Sharif, arrivato in Italia nella pancia di sua madre e ora già vispo sul lettone col ciuccio in bocca, a farci riscoprire il senso pieno, lacerante e propulsivo, della democrazia.