La quarta domenica di Pasqua, che stiamo celebrando, è chiamata la domenica del Buon pastore. Questo perché la Liturgia della Messa offre sempre alla nostra riflessione l’immagine del Buon pastore. Immagine che Gesù stesso utilizza, nel Vangelo di Giovanni in modo particolare, per definire se stesso. Lui dirà “Io sono il Buon pastore perché do la vita per le pecore”. Quindi oggi celebriamo questo nostro pastore! Ancora una volta lo riconosciamo come tale, e lo preghiamo da cinquant’anni perché Lui scelga i suoi pastori, ma scelga anche uomini e donne, capaci di dare la loro vita a lui per essere immagine visibile di ciò che sarà la vita Eterna. Poiché Gesù Pastore ci guida alla vita Eterna, il nostro ultimo passo sarà quello, noi siamo chiamati a pascolare nei pascoli del cielo. Noi siamo chiamati ad andare accanto al Signore per sempre.

In questa omelia vorrei insieme a voi comprendere  le parole che Gesù dice nel Vangelo di oggi, le prime parole, la prima frase, quando Egli dice: “le mie  pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono”. Oggi più che dei pastori, di cosa sono i pastori, dobbiamo parlare e riscoprire il rapporto che ci deve essere tra noi che siamo il gregge di Dio e Gesù che è il nostro pastore. Quindi subito  dobbiamo escludere dalla nostra riflessione i pecoroni, e fare la differenza tra le pecore e i pecoroni. Io vorrei sfatare un’idea, un’immagine che noi abbiamo della pecora come se non fosse un animale intelligente. Perché dove va una, vanno tutte. Quando si muovono le pecore invece  sono molto intelligenti, perché seguono il Pastore e seguono alcune pecore che fanno da capobranco, e scelgono insieme se c’è un pascolo migliore di un altro, insieme scelgono se andare a pascolare di là, se il pastore glielo impediscono, insieme si ritirano e capiscono di non doverlo fare. Allora i pecoroni sono un’altra cosa, sono proprio un’altra razza, oggi non vogliamo affrontare il tema dei pecoroni. I pecoroni sono quelli che vanno dietro al primo che alza la voce, che urla più forte. I pecoroni sono quelli che spersonalizzano la loro personalità, sono quelli che non fanno scelte, che non hanno scelto, né il Signore, né la Chiesa, che si lasciano trascinare dagli altri, noi non siamo pecoroni. Parliamo di noi, parliamo delle pecore. Il rapporto tra le pecore e il Pastore Cristo si  realizza su tre movimenti, che presenterò e poi illustrerò. Le pecore ascoltano, (ricordate bene i verbi), ascoltano la voce del Signore, le pecore conoscono il Signore; io le conosco quindi sottointeso loro conoscono me: c’è una conoscenza tra il Pastore e le pecore, le pecore seguono il pastore, mi seguono.

Allora uno alla volta vedremo  questi verbi. Lo abbiamo detto tante altre volte, ma non è male ripeterlo, c’è una differenza tra il sentire e l’ascoltare, in questo momento voi siete l’assemblea che ascolta, è certo che tutti mi sentite, anche quelli che gli si è abbassato il volume dell’udito ultimamente, mi sentite? Però l’ascolto non è questo, il sentire è il captare i rumori quindi anche le parole, che escono da una voce particolare, quindi se chiudete gli occhi e sentite la mia voce riconoscete che sono io a parlare, ma questo non è ancora ascoltare. Quando si va dal medico perché si sente più poco, non si dice: dottoressa io ascolto più poco, ma si dice sento più poco, quindi sentire, ascoltare invece è un movimento non fisico, ma è un movimento spirituale, cioè un fare o non fare entrare la Parola del Signore dentro di noi e farla diventare propria. Ascoltare è come mangiare, quando noi mangiamo mastichiamo, ingeriamo e l’apparato digerente permette che da questo cibo si tragga l’alimento per tutto il nostro corpo, il cervello, il cuore, tutto il nostro corpo, le cellule, ecc. Ascoltare è un po’ questo, mettere dentro, masticare, digerire e fare in modo che la Parola di Dio entri in profondità, nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti, nel nostro modo di ragionare, e lo cambi, lo trasformi , lo sostenga. Quindi noi non potremo mai uscire dalla Chiesa senza aver ascoltato, allontanarci dalla Parola senza averla compresa, senza averla capita. Certo la Messa non permette di alzare la mano e dire: “io questo non l’ho capito”, ma dopo la Messa se è vero che ci teniamo alla Parola, che abbiamo ascoltato e non vogliamo disperderla, perché la parola di Dio non merita di essere dispersa, dobbiamo umilmente chiedere : “questo non l’ho capito, io vorrei capire meglio questo aspetto, ma tu quando dicevi questo, che volevi dire?” Oppure “quando il Vangelo dice questo, cosa vuole dire?” Se non l’abbiamo capito, noi dobbiamo umilmente chiedere il significato della Parola, per assorbirla bisogna capirla. Questo è una legge proprio spirituale. Per assorbire la parola e farla nostra bisogna capirla, assolutamente!

E se c’è bisogno bisogna prendere un digestivo, per poterla digerire. Ci sono dei digestivi efficacissimi per poter digerire la parola. Dopo averla capita, dobbiamo anche accettarla. Non sempre la Parola di Dio è cibo piacevole, non so se da piccoli c’era qualcosa che  non vi piaceva e ve lo facevano mangiare per forza. La Parola di Dio non è così, nessuno ti forza se non ti piace, lasci perdere, ma bisogna accettare che la Parola di Dio sia difficile, impegnativa. Se io per esempio devo annunciarvi quella frase del Vangelo che dice: “chi vuol essere mio discepolo rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno, e mi segua”, sono costretto a dire che per seguire il Signore bisogna rinnegare il proprio orgoglio, voi lo prendete come un rimprovero. In realtà no, è la Parola di Gesù, non saprei in quale altro modo dirvela. E’ un Suo insegnamento, bisogna accettarlo per quello che è.

La maggior parte delle volte Gesù dice cose belle, e fa cosa belle. Lui per primo ha rinnegato se stesso, quando dice ai farisei: “voi siete sepolcri imbiancati, voi siete razza  di vipere, cioè Gesù dà una parola forte, quando dice: “amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”, è Lui che lo dice, quando dice prima di tutti i poveri, gli ultimi, è Lui che lo dice. Quando dice a Giuda (che stava cercando di manipolare il Signore): “i poveri li avrete sempre con voi, ma io non starò sempre con voi”.

La parola di Dio è dura, bisogna accettarla, non è che ogni volta possiamo tornare sull’argomento, e dire: “ma qui la vedrei in questo modo”! Tu puoi dire è applicabile a me, in parte è applicabile, ci sto provando, voglio capire anche se è esigente e mi darà gioia, ma non puoi dire: non la accetto. Gesù parla così, Dio vuole ristabilire l’ordine delle cose e ha bisogno di chiedere all’uomo un impegno forte ed esigente: dobbiamo accoglierlo!

Le conosco! Conosco le pecore e, sottointeso, le pecore conoscono me. Allora quando la Madonna ricordate ha ricevuto la visita dell’Angelo e l’Angelo le ha detto tu diventerai Madre del Figlio di Dio, le ha detto rimarrai incinta, la Madonna sapeva, anche se aveva soltanto quattordici anni, che per rimanere incinta c’era bisogno del concorso dell’uomo, e ha risposto: “io non conosco uomo “ che voleva dire, io non sono andata mai a letto con nessuno, io non ho fatto mai l’amore con nessuno, non mi sono congiunta con nessuno. Se qui Gesù usa lo stesso verbo vuol dire che il nostro rapporto con Gesù deve essere simile ad un rapporto d’amore, a un rapporto coniugale, la nostra vita oramai è compenetrata di Lui. Un rapporto fatto di preghiera, fatto di contemplazione, fatto di silenzio. La preghiera, questa preghiera benedetta, che è la preghiera comunitaria, ma anche la preghiera privata. Non si può far passare una settimana senza pregare mai! Che rapporto c’è tra noi e Gesù, che rapporto c’è? di opportunismo, teniamocelo buono, tante volte ne avessimo bisogno, è opportunista il nostro rapporto con Gesù? La preghiera deve essere quotidiana, continua, anzi anche notturna se c’è bisogno. Quindi io lo conosco vuol dire la stessa cosa che io lo amo, io le amo le pecore, e loro mi amano, io sono pronto a dare la vita per loro, lo ha fatto e loro sono pronte a dare la vita per me!

Esse mi seguono. L’altro ieri sono stato a Montefiascone sono tutte pecore, Viterbo tutte pecore, i campi sono pieni di pecore. Ma non c’è un pecoraro, tutte recintate. Il santo Padre Francesco parlando ai preti di Roma, che i pastori devono avere l’odore delle pecore, cioè devono puzzare di pecora. In definitiva devono, come ha fatto Cristo, prendere i peccati del popolo e portarli insieme al popolo. La loro vita  deve essere coinvolta con quella della gente, si devono  mischiare, alle volte ci sono pastori forti che riescono a rimanere a galla, altre volte ci sono pastori più deboli che invece purtroppo soccombono, e però devono fare questo, il pastore è colui che sta con le pecore, e le pecore fanno la strada del pastore, dicevo non ho visto pastori, ma una volta il mio babbo pascolava le pecore andando avanti alle pecore. Lui partiva, apriva la stalla e si incamminava e loro andavano dietro a lui e li conduceva da un campo ad un altro. A proposito quando io facevo il quinto anno, ventiquattro anni pochi mesi prima di diventare prete, il babbo era ricoverato per un enfisema ed è stato parecchi giorni in ospedale, il rettore del seminario mi ha dato un permesso di venti giorni ed avevamo un centinaio di pecore, bisognava portare la paglia, c’era la neve il mese di dicembre, bisognava mungerle, dargli il fieno, la biada, bisognava separare gli agnelli. Insomma passati venti giorni, io puzzavo di pecora terribilmente non so quante docce mi si sono dovute fare prima di ritornare in seminario, ecco per dirvi la puzza delle pecore. Il vero pastore è quello che puzza così, non è quello che da gli ordini dalla stanza dei bottoni. Quelli che danno gli ordini dalla stanza dei bottoni, che non hanno mai visto una piaga purulenta del popolo di Dio, non sono veri pastori. Quindi seguire Gesù e avanti, noi dobbiamo mettere i nostri piedi sulle orme del Signore.

Preghiamo in questo senso: mancano le vocazioni, mancano i preti e forse è un momento di purificazione della chiesa, voluto dal Signore. Perché Lui quando comincia non si regge! Però i preti, i vescovi, i diaconi non sono altro che i rappresentanti di Cristo Buon Pastore, e sono soprattutto espressione della comunità. Se la Chiesa non sa dare a se stessa dei preti vuol dire che è una Chiesa che non ha un rapporto vero, con Gesù Buon Pastore. Cerchiamo di ristabilire questo rapporto tutti quanti insieme. Abbiamo detto, ascoltare, conoscere, e seguire il Signore Gesù……