di Paolo Lambruschi

Avvenire – 20 ottobre 2019  

Hanno contato più di mille persone morte nel 2019 nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Due terzi dei morti e dispersi sono partiti dal Nord Africa diretti in Italia. I numeri servono a inquadrare meglio le immagini terribili dei corpi adagiati sul fondo del mare al largo ancora una volta di Lampedusa. Sono la memoria dell’ultimo naufragio, la strage delle donne avvenuta il 7 ottobre. Certo, la notizia che a 60 metri di profondità una madre ivoriana è stata vista stendere le braccia come a cingere nell’ultimo abbraccio il suo bambino annegato insieme a lei, ha destato almeno l’interesse di alcuni media pochi giorni fa. Ieri si è scoperto che la donna, tragedia nella tragedia, aveva due figli, uno di otto mesi l’altro di quattro anni. Stendendo le braccia ha provato disperatamente a proteggere per l’ultima volta entrambi mentre la barca affondava, a cullarli per l’ultimo sonno. Le immagini hanno sconvolto persino i sommozzatori della Guardia Costiera che al largo delle Pelagie stanno compiendo un’opera eccezionale. Comunque le si raccontino, qualsiasi parola si cerchi, l’opinione pubblica sembra ormai assuefatta a queste morti, l’oblio è già calato su quei fotogrammi strazianti, sulle bare allineate nel porto, sui funerali celebrati nella parrocchia di Lampedusa. Le tragedie sono tutte uguali, incomprensibili, quasi nessuno si prende più la briga di spiegare perché queste persone partano, da dove vengano. In più la disumanizzazione dei social d’assalto e le semplificazioni della propaganda invasionista e xenofoba scaricano da tempo sulle stesse vittime le colpe della loro sofferenza e morte. Mistificano senza riguardo. E rassicurano. Perché preoccuparci? È colpa della mamma se i suoi figli sono morti. Ma ripescare i morti, restituire un’identità a quella madre e ai suoi figli, ricostruirne la storia non è un esercizio da “buonisti”, è il primo passo per capire e prevenire tragedie come questa. Come dimostrano i più recenti salvataggi delle navi militari italiane e delle Ong, le partenze dal Nordafrica continuano senza sosta. La scena della mamma che abbraccia per l’ultima volta i suoi bimbi nel momento della morte rischia purtroppo di ripetersi ancora nell’indifferenza generale anche per la sparizione dell’operazione navale europea Sophia di pattugliamento nel Mediterraneo. C’è però un’altra cosa da sapere per vedere con più chiarezza le immagini dei cadaveri sotto il mare. Nell’ultimo anno, l’Organizzazione internazionale per i migranti, presente nei principali punti di sbarco italiani con diversi team anti-tratta, ha rilevato un aumento della presenza di ragazze provenienti dalla Costa d’Avorio, nonostante si stia riducendo il numero dei migranti ivoriani in ingresso in Italia.

Le donne sono passate dall’8% del 2015 al 46% del 2019. Dietro queste partenze c’è sempre più spesso il racket della tratta degli esseri umani, non un desiderio incosciente di fuga verso la ricchezza che coinvolge anche i bambini. I criminali reclutano con l’inganno in Costa d’Avorio giovani donne per lavorare come domestiche o cameriere in Nordafrica. Il copione è noto, una volta arrivate in Tunisia e Libia diventano vittime di schiavitù domestica, sottoposte a maltrattamenti, violenze e privazione della libertà personale, nonché costrette a subire abusi sessuali. A questa fase segue l’ulteriore sfruttamento in Europa organizzato da persone disposte a farsi carico dell’organizzazione e dei costi della traversata nel Mediterraneo per poi “vendere” le vittime una volta giunte in Italia o in altri Paesi dell’Ue. Questo era probabilmente il destino di schiavitù a casa nostra di quella mamma e delle sue compagne di sventura annegate nel naufragio della “barca delle donne”. Ecco perché è importante conoscere e raccontare queste storie, ricostruire con precisione le rotte percorse. Oltre che per arrestare i criminali, serve ad avviare con i governi africani campagne informative a tappeto, anche se la miseria può essere comunque più forte della consapevolezza. Ma conoscere e raccontare serve soprattutto a fare giustizia della memoria delle vittime, trafficate e non finite per scelta a morire su un barcone. Per questo sarebbe tempo di far entrare nelle scuole i sopravvissuti di queste tragedie. Magari, tanti di quei minori non accompagnati che possono consegnare in prima persona ai coetanei le odissee di chi è nato nella parte sbagliata del nostro mare.