di Paolo M. Alfieri  Avvenire – 26 settembre 2015

Archiviati ormai i disastri nei Balcani e i genocidi africani, le guerre nel pianeta erano in calo e l’economia tirava: mancava ancora un anno agli attacchi terroristici alle Torri gemelle, con quel che ne è seguito, e otto al crac di Lehman Brothers che avrebbe segnato l’inizio della crisi economica globale. In quel settembre del 2000, insomma, il mondo guardava al futuro con occhi fiduciosi: gli Obiettivi di sviluppo del millennio (Mdg nell’acronimo inglese) nascevano ammantati da un ottimismo destinato a rivelarsi illusorio.

Leggenda narra che a stilare gli otto Obiettivi fu un manipolo di burocrati in un seminterrato del Palazzo di Vetro. I grandi temi c’erano tutti: lotta alla povertà e alla fame, sostenibilità ambientale, riduzione della mortalità infantile, accesso all’istruzione primaria, più autonomia per le donne, lotta all’Hiv e ai grandi mali del pianeta. Quindici anni dopo, e con un bilancio in chiaroscuro, l’Onu non si accontenta e raddoppia: adottati ufficialmente ieri dall’Assemblea generale, i punti dell’Agenda 2030 – il documento programmatico che raccoglie gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg) dei prossimi 15 anni – sono ora 17, con addirittura 169 sotto-obiettivi. Il primo è «mettere fine alla povertà in tutte le sue forme ovunque». Ambizioso. Soprattutto se si vanno a guardare i risultati ottenuti finora. L’obiettivo di ridurre la povertà estrema è stato raggiunto nel 54% dei Paesi, coinvolgendo 700 milioni di persone. Ma ancora 1,2 miliardi di persone vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e 795 milioni sono gli esseri umani che non hanno abbastanza da mangiare. In Africa sub-sahariana, inoltre, la crescita della popolazione supera quella del tasso di riduzione della povertà.

Per quanto riguarda la mortalità materna, l’obiettivo parlava di una riduzione dei tre quarti dei casi, ma il calo si è fermato al 45%. Ancora peggio è andata per l’obiettivo sulla sostenibilità ambientale, il “grande perdente” degli Mdg. I dati Onu segnalano un aumento esponenziale delle emissioni di CO2, dai 21,6 miliardi di tonnellate del 1990 ai 33 miliardi del 2012. E i risultati più negativi li fanno segnare proprio quei Paesi in via di sviluppo in cui maggiore e più incisiva avrebbe dovuto

essere l’azione degli esperti delle Nazioni Unite: da 6,7 miliardi di tonnellate a 19,8. A ciò si aggiunge aumento della deforestazione, eccessivo sfruttamento di risorse scarse e preoccupante perdita di biodiversità. La riduzione della povertà è stata insomma ottenuta al prezzo di un impatto devastante sull’ambiente e sul consumo di risorse.

Certo diversi risultati ci sono stati: è raddoppiata in questi anni la presenza delle donne nelle rappresentanze parlamentari, la mortalità infantile si è ridotta di tre volte, è calato del 40% il numero di nuove infezioni da Hiv, 2,6 miliardi di persone hanno oggi accesso a migliori fonti di acqua potabile, si è dimezzato il numero di bambini escluso dalla scuola primaria. Lontano, lontanissimo, invece, è il raggiungimento dell’impegno dei Paesi ricchi di finanziare gli aiuti con lo 0,7% del Pil. L’Italia, tra gli ultimi insieme a Grecia e Spagna, è ferma allo 0,16%.

L’Agenda 2030 ha il merito di aver coinvolto maggiormente la società civile nella definizione degli Obiettivi, ma le critiche non mancano.

Così, se per Ban Ki-moon, segretario generale Onu, gli Sdg rappresentano una «una svolta storica», perché per la prima volta sono chiamati all’azione tutti i Paesi, quelli ricchi ma anche quelli poveri e a medio reddito, per diversi analisti e operatori sul campo il rischio è che, senza un piano di realizzazione definito, restino al più una pia illusione. Fondamentale, dunque, la maggiore volontà politica possibile per trasformare dichiarazioni ambiziose in azioni rapide e concrete.