di Bruno Guizzi

Gaeta – 24 settembre

In questi mesi, e addirittura in questi ultimi due anni, siamo sommersi da informazioni spesso non corrette su chi mette a repentaglio la propria vita perché fugge da una guerra, o da una condizione di vita non degna per un uomo, in cerca di un futuro migliore.
Un canale televisivo in prima serata non fa che continuare a buttare fango su queste povere creature, sperando di lucrare così una manciata di voti anche giocando sull’ignoranza e sul poco “essere Cristiani” di chi ascolta; RAI 1 in settimana ha messo in onda un serial, Lampedusa, che personalmente ho trovato apprezzabile, almeno nella prima parte in quanto ho trovato la seconda parte troppo melensa e romanzata.
Ho avuto modo di parlare con un ragazzo arrivato da qualche giorno in Italia da un paese africano e ho pensato di farvi conoscere quello che ci siamo detti, traducendo e riassumendo velocemente, mantenendo naturalmente l’anonimato per motivi di privacy e di opportunità.

D. Parlami di te e della tua famiglia
R. Vengo da un paese molto povero, ho ancora vivi mio papà e mia mamma ed ho anche una sorella più piccola di me.

D. I tuoi studi? Vedo che conosci la lingua straniera molto bene.
R. Ho frequentato tutte le scuole sino alla classe IX (corrispondente alla nostra I superiore) ma i miei genitori non sono stati in grado di pagare la retta (necessaria dopo la classe VII) ed ho cominciato a fare qualche lavoro per mantenermi, ma non vi sono riuscito. Ho allora, vista anche la lontananza del mio villaggio dalla capitale, cercato qualche lavoro nei paesi vicini e ho tentato la sorte in alcuni di essi: Senegal, Mauritania, Burkina Faso e persino Niger, tornando di tanto in tanto a casa ma senza avere avuto mai la possibilità di aiutare efficacemente la mia famiglia.

D. E come mai sei arrivato in Libia?
R. Vi sono andato dal Niger tre anni fa, mi avevano detto che vi erano buone opportunità. Il viaggio nel deserto non è stato particolarmente pesante, in quanto effettuato con un pick-up. In effetti poco dopo ho trovato lavoro come domestico-tuttofare nella villa di un arabo che mi ha sempre trattato bene. Dovevo badare un po’ a tutto, godevo della sua fiducia, usufruivo di un alloggio gratuito, di cibo e di una paga ragionevole, che mi veniva data con regolarità, così che potevo inoltrarne una parte a casa.

D. E poi?
R. Sfortunatamente a gennaio di quest’anno il mio datore di lavoro è stato arrestato, per motivi sconosciuti, e da allora nessuno ne ha saputo più niente, nemmeno la sua famiglia. Non sono stato più pagato e, vista la tremenda situazione del paese, ho chiesto a mio padre cosa fare, ed è stato lui che mi ha chiesto di non tornare in quanto anche nel mio paese la situazione era ulteriormente peggiorata, non solo economicamente ma per le guerriglie tra vari gruppi e varie etnie. Mi è venuta così l’dea di venire in Italia, anche se ero completamente consapevole dei rischi e delle tante persone che erano partite ma nel Mediterraneo avevano trovato la loro tomba.

D. Dimmi allora qualcosa di questi ultimi mesi.
R. Non è stato difficile trovare chi mi garantiva un viaggio, che ha subito preteso circa 400/500 dollari promettendo il passaggio entro qualche giorno. Dopo aver mandato una parte di quanto avevo a mio padre mi restava denaro sufficiente e mi sono fidato di lui. Sono stato messo in una specie di campo, che penso sia corretto chiamare “prigione” in quanto non ci era permesso di uscire, ci dicevano per motivi di sicurezza. Sono così passati due mesi, circa 600 persone di ogni età e sesso insieme, in tuguri improvvisati, trattati brutalmente e mangiando solo quello che potevamo pagare! Un mio compagno è stato anche malmenato ed è venuto Italia con gravi ferite. Finalmente, dopo vari solleciti, mercoledì della scorsa settimana ci è stato detto che alcuni di noi sarebbero partiti nella nottata.

D. Dimmi ora del viaggio che ti ha fatto arrivare in Italia meno di una settimana fa.
Verso le 19 siamo stati caricati, come animali, su alcuni mezzi sgangherati e verso le 23 siamo arrivati in una spiaggia dove ci aspettava un gommone di 7 metri, ancora da montare. Finalmente verso mezzanotte siamo saliti sul gommone e siamo partiti: incredibile, ci siamo contati velocemente ed eravamo circa 150. Ho poi saputo che un altro gommone ne trasportava altri 150 e ci avrebbe seguito dopo mezz’ora. Alle 4 del mattino il motore si è staccato dal gommone ed è finito in mare, siamo così rimasti in balia del mare, fortunatamente non agitato. Ma pian piano il gommone ha cominciato ad afflosciarsi e siamo stati costretti a buttar l’acqua fuori bordo, già alle 6 eravamo tutti quasi completamente sommersi. Per fortuna un aereo ci ha avvistato verso le 9 ed un’imbarcazione ci ha raccolti alle 11 ed a bordo ci hanno dato un telo ed un po’ di acqua. Due giorni dopo eravamo a Catania.

D. Nessun morto? E dopo l’arrivo?
R. Per fortuna sia nel nostri gommone che in quello “gemello” (per il quale si sono incredibilmente ripetute con cronometrica precisione le stesse operazioni e gli stessi tempi) non vi è stata nessuna vittima. Dopo l’arrivo siamo stati registrati, numerati e dopo tre ore messi su due autobus. Altre 14 ore di viaggio e siamo arrivati da voi.

D. Vi hanno dato da mangiare e qualche vestito?
R. Si, ci hanno dato qualcosa anche sull’autobus; a chi era a piedi nudi un paio di infradito ma sono arrivato da voi con gli stessi indumenti (bagnati!) che avevo in Libia e siete stati voi davvero i primi che ci avete dato un letto e nuovi abiti, non posso che ringraziarvi.

D. Caro amico, sono invece io che ringrazio te per tutte queste informazioni e per la possibilità che, assieme ai tuoi compagni, ci hai dato onde esservi vicini ed accompagnarvi in questo certo non facile processo di integrazione, ti auguro ogni bene
R… (due occhioni lucidi lucidi…) Grazie a voi

Ogni ulteriore commento penso sia superfluo