di Marina Corradi

Avvenire – 10 novembre 2019  

Un crogiuolo di etnie, già millenni prima dell’Impero. Anatolia, Iran, steppe dell’Est: sui sette colli di Roma fin dagli evi remoti erano arrivate popolazioni dalle terre più lontane. Poi, con il formarsi dell’Impero, il massiccio afflusso di mercanti da Oriente, Grecia e Nord Africa, e di schiavi. Infine, con le invasioni barbariche, altri geni d’occidente e d’oriente rimodellano di nuovo il Dna di Roma. Lo studio cui l’ultimo numero di ‘Science’ dedica la copertina è di carattere archeologico, eppure così attuale.

Antropologi e genetisti dell’Università La Sapienza, dell’Università di Vienna e della Stanford University hanno preso in esame i resti di 127 uomini sepolti in siti archeologici a Roma e nel Lazio, risalenti a un periodo compreso fra i 12mila anni fa e l’età post imperiale. Per la prima volta una ricerca così ampia ricostruisce sulla base di dati biologici i flussi migratori della città che è all’origine della civiltà occidentale. E l’affascinante lavoro condotto nelle tombe più antiche di Roma muove la fantasia, e la ragione. Seimila anni avanti Cristo, raccontano le ossa delle sepolture più remote, dall’Anatolia e dall’Iran giungono nel Lazio popolazioni di coltivatori, che si sovrappongono a quelle locali di cacciatori e raccoglitori. Erano anche di etnia asiatica e persiana, dunque, i primi che seminarono le terre lungo il Tevere. Intorno al 1000 a.C. sopraggiunge una migrazione dalle steppe ucraine.

Poi con la fondazione e la crescita di Roma le etnie di tutto il Mediterraneo si moltiplicano, naturalmente: Libano, Siria, Grecia, Medio Oriente, Nord Africa… Le ossa nei sepolcri raccontano di odissee in mare, diverse ma non così dissimili da quelle cui purtroppo assistiamo oggi. Come oggi, possiamo immaginarci fragili navigli, tempeste e naufragi; e i più forti, o i più fortunati, che approdano vivi alla foce del Tevere. Uomini liberi e schiavi, che col tempo si sarebbero affrancati. Storie, lingue, usanze diverse, ma forse una comune memoria di fame e di guerra si depositavano nella terra della sorgente Caput mundi. (Se si potesse analizzare anche la polvere nel ventre più profondo di Roma, quella terra portata da piedi laceri di migranti venuti da ogni dove, che straordinaria miscela scopriremmo).

Nel fulgore dell’età imperiale Roma è una megalopoli di un milione di anime, il suo dominio va dall’Oriente alle isole britanniche. Le legioni romane conquistano e colonizzano l’Europa, fondano città. E ancora, ci viene da pensare, insieme all’esercito romano, ai contadini, agli artigiani, ai mercanti, ai legislatori camminano i geni. Dopo la conquista e le guerre si depositano in nuove terre etnie nuove, si mescolano le eredità, in un’indistricabile formula. Anche di questo è fatta l’Europa, e l’Italia. Siamo pronipoti di barbari e di etruschi e latini, ma anche discendenti di uomini venuti da oriente o dalle steppe o dalle sponde d’Africa. Le ossa rimaste per secoli nelle tombe hanno una grande storia da raccontare. (Nei denti, affermano altri studi, gli isotopi dimostrano che quegli uomini non avevano bevuto l’acqua di Roma da bambini, non erano nati lì). Commuove, l’immaginare queste folle che nei millenni si sono avvicendate verso Roma, cercando terra, pane, un posto per vivere.

Ma lo studio di tre prestigiose Università muove anche la ragione. È davvero sempre più difficile parlare di ‘razza’, davanti alla testimonianza delle ossa di Roma, così come probabilmente di tutte le grandi città dell’antichità. Razza? Siamo un coacervo di frammenti, un segreto mosaico di tessere sconosciute. Razza? Quei resti fragili e quasi inceneriti dal tempo raccontano, cantano quasi, tutta un’altra storia. E forse al più incanaglito neonazista che in uno stadio urla insulti razzisti farebbe bene, oltre al Daspo, il risultato di un test sul Dna da cui emergessero impensate radici nordafricane.

Un referto su cui riflettere anche solo un’ora – tacendo, finalmente. Magari riuscendo a immaginare, in un improvviso sussulto del cuore, le marce, gli agguati, il sole a picco e le notti buie, e il mare in tempesta, e infine come un miraggio la linea all’orizzonte di una terra nuova: la storia infinita deposta nelle ossa degli avi. Poter immaginare questa storia immensa, che dono: fino a pensare che veramente nessun uomo è mai straniero.