di Diego Cipriani

Italia Caritas – luglio/agosto 2016  

Il 10% dei bambini in Italia è povero. È il triste riassunto dei dati sulla povertà assoluta nel nostro paese, contenuti nel 9° Rapporto di monitoraggio della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, presentato a giugno dal Gruppo Crc (una rete di organizzazioni non profit, di cui fa parte anche Caritas Italiana). Redatto da 134 operatori dei 91 soggetti partecipanti al network, in oltre duecento pagine il Rapporto fornisce una fotografia su tutti gli aspetti della vita dei minori che risiedono in Italia, monitorando il rispetto dei diritti secondo gli standard internazionali. E purtroppo, riguardo al diritto di un bambino a vivere in una condizione di non povertà e di non esclusione sociale, l’Italia deve fare ancora molta strada.

Secondo l’Istat, nel 2014 i minori in condizioni di povertà assoluta erano 1.045.000, una quota che, sebbene stabile negli ultimissimi anni, tuttavia resta un macigno sul futuro dell’intero paese. I dati sull’incidenza della povertà assoluta riferiti all’ampiezza, alla tipologia familiare e al numero di figli minori dicono che il disagio economico è più diffuso se all’interno della famiglia è presente un numero crescente di figli minorenni: il dato più alto, infatti, si registra nel caso in cui la famiglia è composta da 5 o più persone (16,4%), se la coppia ha 3 o più figli (16%) e se questi sono minori (18,6%).

Non va meglio se si guarda alle stime della povertà relativa. Mentre nel 2013 l’incidenza della povertà relativa per persone di età inferiore ai 18 anni era del 17,5%, nel 2014 è arrivata al 19%: quasi 2 milioni bambini. Con una distribuzione territoriale che condanna le regioni del Mezzogiorno, soprattutto Calabria, Basilicata e Sicilia. Basti pensare che, se per le coppie con tre o più figli l’incidenza di povertà a livello nazionale è al 27,7%, al sud si arriva al 35,5%. Anche in questo caso, la situazione peggiora se all’interno della famiglia sono presenti figli minori.

Le cattive notizie sono confermate dal confronto con il resto dell’Unione europea. L’Eurostat stima che nel 2014 il 28,3% della popolazione italiana era “a rischio di povertà o esclusione sociale” (il 3,9% in più rispetto alla media europea) e il 31,9% tra i minori 0-16enni (+4,5 punti rispetto al corrispondente valore europeo).

Dal governo misure efficaci?

Di fronte a questa drammatica situazione, che cosa si fa nel nostro paese? Qualche timido passo si comincia a farlo. Almeno nelle intenzioni, per adesso.

A luglio 2015, l’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza ha approvato la bozza finale del quarto Piano nazionale d’azione per l’infanzia, che individua, tra le priorità, anche il contrasto della povertà minorile e familiare.

Nella stessa direzione si muove la legge di stabilità 2016, che ha previsto, nell’ambito di un Piano nazionale, la creazione di una misura di contrasto alla povertà, per la quale è stato istituito presso il ministero del lavoro e delle politiche sociali un apposito fondo.

Il Piano, triennale, prevede l’avvio su tutto il territorio nazionale di una misura di contrasto alla povertà, intesa come «estensione, rafforzamento e consolidamento della sperimentazione» del Sostegno per l’inclusione attiva (Sia), già realizzata (o in corso di realizzazione) in 12 grandi città. Ad avere la precedenza saranno i nuclei familiari in modo proporzionale al numero di figli minori o disabili presenti.

Il parlamento sta discutendo in queste settimane un disegno di legge delega recante norme relative al contrasto alla povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali. La misura di contrasto, secondo la legge in discussione, si traduce in un «sostegno economico condizionato all’adesione a un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto all’affrancamento dalla condizione di povertà, comprendente una componente di servizi alla persona». Si tratta della «presa in carico delle persone in condizione di fragilità»; una vera e propria rivoluzione nelle politiche sociali del nostro paese.

Staremo a vedere se le misure proposte dal governo Renzi per ridurre la povertà nel nostro paese (in particolare quella minorile) saranno efficaci; per ora si può essere soddisfatti per l’acquisizione di un principio importante: i trasferimenti monetari non sono sufficienti, da soli, a ridurre la povertà.

Di generazione in generazione

Ma le legge di stabilità di quest’anno ha voluto affrontare anche il tema della povertà educativa minorile, istituendo un apposito fondo alimentato dalle fondazioni bancarie. Per contrastare la povertà minorile, infatti, la stessa Unione europea ha ricordato a tutti gli stati membri che occorre «rafforzare l’influenza del sistema educativo» e «incoraggiare la partecipazione di tutti i minorenni ad attività ludiche, ricreative, sportive e culturali».

La povertà educativa è la privazione, da parte dei bambini e degli adolescenti, della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni. Anche in questo caso, la situazione italiana è drammatica: quasi il 25% dei quindicenni è sotto la soglia minima di competenze in matematica, e quasi 1 su 5 in lettura, percentuali che si impennano fra gli adolescenti che vivono in famiglie con un basso livello socio-economico e culturale. Povertà economica e povertà educativa, infatti, si alimentano reciprocamente e si trasmettono di generazione in generazione, creando tra i ragazzi vere e proprie “disabilità”.

D’altronde anche i servizi e le opportunità formative scolastiche ed extra-scolastiche non riescono a raggiungere tutte le famiglie: solo il 14% dei bambini tra 0 e 2 anni riesce ad andare al nido o a usufruire di servizi integrativi, il 68% delle classi della scuola primaria non offre il tempo pieno e il 64% dei minori non accede ad attività ricreative, sportive, formative e culturali, con un paese, anche in questo caso, diviso a metà fra nord e sud.

Insomma, un quadro preoccupante con tratti desolanti, quello della condizione dei minori e degli adolescenti nel nostro paese. C’è solo da sperare che le buone intenzioni, sostenute dai primi timidi tentativi di sostegno finanziario, possano dare presto i frutti attesi. Per non perderci una generazione di bambini.