di Marco Birolini

Avvenire – 19 agosto 2016  

«Non c’è cosa più triste di entrare in un centro d’accoglienza a mezzogiorno e vedere ancora tutti a letto, perché non hanno nulla da fare». Cristopher Hein, consigliere strategico del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati, condivide in pieno la proposta del prefetto Mario Morcone di impegnare i richiedenti asilo in lavori socialmente utili nei comuni che li ospitano. «Coinvolgiamo i migranti nel lavoro – ha detto il capo del dipartimento immigrazione del ministero dell’Interno in un’intervista rilasciata al Corriere – non possiamo più lasciare queste persone appese in attesa di un destino che cada dall’alto, né che si abbruttiscano passando la giornata ad attendere il pranzo e la cena».

Il dibattito si è acceso immediatamente. Il titolare del Viminale Angelino Alfano ha precisato: «Occorre che i profughi diano una mano nelle città in cui vivono, attraverso convenzioni con associazioni di volontariato e realizzando risultati che possano essere di utilità sociale. Ma la regola è che nei lavori si dà sempre e comunque precedenza agli italiani». Un tasto su cui batte forte Matteo Salvini. Su Facebook, il leader leghista liquida così la proposta di Morcone: «Vallo a spiegare a uno dei 4 milioni di italiani disoccupati… Questo è fuori, io lo licenzierei e lo metterei su un barcone!». Va giù duro anche il senatore FI Maurizio Gasparri: «Le proposte del governo segnalano una grande confusione. Dal Viminale Morcone ci fa sapere che vorrebbe assumere tutti i clandestini in Italia invece di dare occupazione ai nostri connazionali. Più che il ministero dell’Interno, con Morcone, sembra il ministero dell’Africa».

Ci pensa monsignor Giancarlo Perego, direttore generale di Migrantes, a spazzare via i luoghi comuni. «Finiamola con il discorso del migrante che porta via il posto all’italiano. Sappiamo benissimo che ci sono lavori che nessun italiano svolge più. L’anno scorso per trovare dei panettieri si è dovuti andare fino in Kosovo. La verità è che i migranti sono risorse aggiuntive cui attingere per favorire lo sviluppo: lo hanno detto di recente anche gli industriali». La vera novità della proposta Morcone, secondo Perego, è però un’altra. «Il prefetto ha aperto all’ipotesi di concedere il permesso umanitario a chi si impegna nel volontariato o in lavori utili. Questa è la via giusta, perché rimedierebbe al problema del diniego alla richiesta di asilo: oggi il 60% delle domande viene respinto, e questo vanifica tutti gli sforzi fatti per favorire l’integrazione. Significa buttare via quasi due anni di investimenti economici, sociali e culturali. Chi si sente dire no finisce in clandestinità e rischia di finire vittima di sfruttamento e lavoro nero. Invece le commissioni dovrebbero tener conto dell’impegno dimostrato dal migrante e adottare una logica premiale». Bisognerebbe anche sfruttare al meglio «gli strumenti che già ci sono: pochi ad esempio sanno che in base a una direttiva europea recepita a febbraio un richiedente asilo può firmare un contratto dopo due mesi».

A dire il vero, anche l’idea del volontariato non è nuova. Già nel 2014 Alfano firmò una circolare che prevedeva questa possibilità. Ma in molti hanno fatto orecchie da mercante. «Credo proprio che Morcone abbia voluto rinfrescare la memoria a tutti quei sindaci, e sono tanti, che non hanno fatto nulla per impegnare i richiedenti asilo – sottolinea Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas italiana – . Lasciarli lì a tirar sera non ha senso e genera in loro un senso di pretesa verso i servizi che gli offriamo. È diseducativo nei loro confronti, considerato che molti sono giovanissimi. L’accoglienza è un gesto gratuito, ma è bene che chi ne beneficia dia un contributo. Ciò permetterebbe anche di ridurre almeno in parte i costi della stessa accoglienza: penso ad esempio a un migrante che aiuta a fare le pulizie della struttura dove è ospitato».

Facile prevedere anche ricadute positive sull’opinione pubblica. «Se un migrante si impegna non è più percepito come mantenuto – aggiunge monsignor Perego –, la gente è più disposta ad ascoltare la sua storia e i suoi problemi. Dirò di più: darei la possibilità ai richiedenti asilo di svolgere anche il servizio civile». Va bene tutto, purché non si resti con le mani in mano. «L’importante è non lasciarli nell’ozio – chiosa Hein – perché nuoce alla loro salute non solo psichica, ma anche fisica. Impegnarsi in un’attività, inoltre, permette di uscire dal centro d’accoglienza e conoscere meglio il territorio. Meglio ancora se c’è la possibilità di lavorare insieme agli italiani. A una condizione, però: che non ci siano imposizioni e che le regole di impiego siano chiare e uguali per tutti».