Avvenire – 28 marzo 2016  

La rotta balcanica si è chiusa. Basteranno i miliardi offerti alla Turchia a fermare un esodo che possiamo definire “biblico”? O le masse di diseredati senza più patria né casa cercheranno nuove vie di uscita?

Intanto, infatti, sembra riaprirsi il fronte mediterraneo. Come riportato segnalato sul nostro sito ecco l’arrivo in Italia, previsto domani mattina nel porto di Pozzallo, di 730 migranti a bordo della nave norvegese Siem Pilot. Sono stati tratti in salvo oggi in sei interventi della Guardia Costiera mentre erano in difficoltà su dei gommoni nel Canale di Sicilia.

Si ripropone dunque ogni giorno il dramma dei profughi, verso cui dobbiamo avere sentimenti di solidarietà, come ha evidenziato il gesto eucaristico del Papa di lavare i piedi a 12 richiedenti asilo al Centro Cara di Castelnuovo di Porto. Un itinerario quello di Francesco di continui gesti e incontri, a partire dal suo viaggio a Lampedusa nel 2013.

Monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei, ha rilasciato un’intervista alla Radio Vaticana, raccolta da Francesca Sabatinelli. Ve la proponiamo.

“A Lampedusa – ricorda monsignor Perego – il Papa aveva detto che occorreva opporre alla globalizzazione dell’indifferenza la globalizzazione della solidarietà, con i gesti successivi, che hanno parlato più di tanti discorsi, tra cui l’ultimo nel Cara di Castelnuovo di Porto, il Papa ha voluto ribadire come occorra costruire, nei gesti e nelle relazioni, quella cultura dell’incontro che è veramente lo strumento importante per vincere l’indifferenza e la paura che, anche dopo i fatti recenti, stanno entrando nelle città, nelle coscienze di tante persone in Europa”.

L’Europa, ormai, si è chiusa a riccio. Ciò che si sta affacciando nelle nostre vite sono tragedie forse ben più gravi rispetto a quelle a cui abbiamo assistito, perché queste persone certo non si arrenderanno di fronte alla chiusura delle frontiere e cercheranno altre strade

“L’aspetto veramente impressionante e, da un certo punto di vista, vergognoso dell’Europa, in questo momento, è proprio l’incapacità di leggere ciò che sta avvenendo in tanti Paesi, anche alla periferia dell’Europa. Profughi di guerra, delle 33 guerre in atto; profughi ambientali, che sono quattro volte i profughi di guerra; profughi in cammino da Paesi nei quali non c’è libertà politica né libertà religiosa; profughi in cammino per non essere vittime di tratta. E’ impressionante e vergognoso, come l’Europa non stia leggendo questa situazione e come l’Europa non ritenga un aspetto strutturale della sua democrazia, riuscire a ripensarsi anche alla luce di una solidarietà che non può essere delegata fuori dai nostri confini, come è avvenuto con l’accordo con la Turchia e prima ancora con l’accordo con la Libia, ma che deve essere dentro l’Europa stessa, attraverso una nuova riorganizzazione di questa protezione internazionale nei diversi Paesi – nei 28 Paesi europei – che porti veramente l’Europa ad accogliere un milione di persone – lo stesso numero che sta accogliendo il piccolo Libano – e che veda l’Europa diventare effettivamente una democrazia che riparte proprio dalla protezione internazionale. Noi ci auguriamo che ci sia questo scatto di umanità, ma soprattutto questo scatto di democrazia perché, diversamente, la chiusura dell’Europa non potrà che vedere un’Europa sempre più assediata, e sempre più assediata al proprio interno da un terrorismo che, di fatto, sta ripartendo e facendosi forza su questo chiusura dell’Europa stessa”.

Qual è l’Italia che probabilmente si troverà ad affrontare una nuova ondata di arrivi che erano stati mitigati dalla rotta dell’Egeo? Lampedusa ha subito una trasformazione in “hotspot”, e sappiamo tutte le polemiche che ne sono conseguite. L’Italia è pronta?

“L’Italia non è pronta e ha perso un anno. L’Italia avrebbe dovuto sfruttare questo tempo ed effettivamente allargare quel progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), di accoglienza dei richiedenti asilo, in tutti i comuni italiani come uno dei nuovi servizi sociali di una democrazia attenta alla protezione internazionale. E invece, l’ultimo bando è andato semi-deserto: 5 mila posti sui 10 mila erano disponibili. Senza un’accoglienza diffusa, il rischio è che l’arrivo di tante persone si trasformi ancora in un’accoglienza in grandi centri, in conflittualità sociale e si rischia ancora una volta di alimentare quella contrapposizione che premia poi i partiti nazionalisti e anti-immigrati, in Italia, come sta avvenendo in altri contesti europei. Quindi, noi ci auguriamo che, da subito, ci sia questa attenzione, un’attenzione che chiede anche il cambiamento del progetto Sprar. Oggi il progetto Sprar, purtroppo, nasce intorno a una logica statalista, o il Comune lo promuove, oppure, diversamente, nessuna associazione sul territorio – contrariamente a tutti gli altri servizi sociali – può promuoverlo. Noi ci auguriamo che questo possa cambiare perché la società civile, insieme al Comune, possa aprire degli spazi”.