di Loredana Mondo

missionariedellaconsolata.org – 7 giugno 2016

La società multietnica, la sfida dell’integrazione e la passione di una maestra  

Tempo fa in rete ho visto una vignetta in cui un padre chiedeva alla figlia: “Nella tua scuola ci sono stranieri?”, e la bimba rispondeva: “Non so, nella mia scuola ci sono solo bambini”. Questa è la domanda che più spesso mi sento fare dalle persone quando scoprono che sono un’insegnante: “Quanti stranieri hai nella tua classe?”. E io, come la bambina, spesso mi trovo a dovermi concentrare per dare una risposta, perché quando entro in classe non vedo italiani o stranieri, vedo bambini.

Ho lavorato per 15 anni in una scuola primaria (quella che un tempo veniva chiamata elementare) di Torino che oggi può essere definita “multiculturale”, “multietnica”, “ad alto flusso migratorio”; insomma, dove la realtà delle classi conta un 70% – 80% di alunni che provengono da tutte le parti del mondo, in particolare da Romania, Moldavia, Albania, Marocco, Turchia, Egitto, Nigeria, Senegal, Bangladesh, Cina, Perù, Bolivia, Brasile e altri bambini che provengono dai campi nomadi della cintura di Torino.

È evidente che una realtà così variegata porta con sé grandi ricchezze, ma anche grandi sfide legate all’inserimento, all’accoglienza, al rispetto dell’altro ed è per questo che nella scuola si cerca di lavorare per fare in modo che ogni alunno possa raggiungere non solo un significativo livello di istruzione, ma anche la capacità di rispetto e accoglienza delle diverse identità e delle diverse culture.

Lavorare in un contesto di questo tipo richiede di mettere in atto strategie e risorse per far sì che l’integrazione diventi reale, ad esempio collaborando con associazioni del territorio e servendosi dell’intervento di esperti. Così abbiamo usufruito del laboratorio “150 giochi di ieri per domani” che aveva lo scopo di far conoscere giochi del passato, dove molti bambini stranieri hanno riconosciuto giochi che facevano parte anche della loro cultura. Inoltre, in un laboratorio di multimedialità, è stato realizzato un videoclip sull’immigrazione passata e recente del nostro Paese.

La scuola diventa così una vera e propria “palestra” nella quale insegnanti, bambini, famiglie si preparano e crescono per affrontare quello che è il nuovo tipo di società che piano piano si sta formando.

Le difficoltà da affrontare sono molte: in alcuni casi sono di tipo linguistico, di apprendimento, in altri di comportamento, di difficoltà a stabilire regole comuni di convivenza e, a volte, anche difficoltà di tipo culturale. Ad esempio, le aspettative nei confronti della scuola di una famiglia marocchina sono molto diverse da quelle di una famiglia cinese o rumena. Altre volte ci sono differenze nel modo di intendere l’educazione dei figli.

Queste difficoltà, non sempre risolvibili in tempi brevi (a volte nemmeno in anni!), possono trovare una strada per essere superate innanzi tutto con un atteggiamento positivo ed accogliente da parte degli insegnanti: spesso siamo noi adulti che abbiamo più difficoltà a lasciarci coinvolgere nella conoscenza dell’altro, ma, nello stesso tempo, siamo noi che possiamo fare la differenza.

A volte dimentichiamo che i bambini ci guardano e che hanno una grande capacità di cogliere i nostri comportamenti molto più delle nostre belle parole.

È per questo che è molto importante cercare di costruire con le famiglie e con i bambini relazioni positive, stabilire regole condivise, di conoscere meglio le culture da cui provengono perché, anche se ormai le ultime generazioni sono nate qui in Italia, ci sono dei retaggi culturali molto forti che, se non si conoscono, possono portare ad incomprensioni.

È interessante però osservare come i bambini riescano a mettere in atto strategie di relazione che spesso da adulti non siamo in grado di utilizzare o di proporre.

Ho potuto sperimentare che i bambini hanno una capacità di incontro molto più libera rispetto agli adulti, perché non hanno ancora molte sovrastrutture date da pregiudizi o preconcetti. Sanno trovare soluzioni originali per risolvere conflitti, sanno collaborare mettendo a disposizione le proprie competenze e le proprie conoscenze proprio perché nell’altro non vedono lo straniero, ma vedono un bambino come loro. Molto raramente mi è capitato di vedere conflitti legati a questioni culturali, anzi, poter far conoscere un dolce, una tradizione, una canzone, un ricordo del Paese d’origine (italiano o straniero che sia) dà loro la possibilità di imparare a conoscersi meglio e ad arricchirsi non solo culturalmente ma anche personalmente.

Certo, a volte possono esserci delle chiusure, dei fraintendimenti, dei conflitti che, tuttavia, possono essere superati con il dialogo e con il rispetto.

Anche ora che lavoro in un contesto diverso, dove numericamente i bambini stranieri sono di meno, è evidente che l’incontro con l’altro passa attraverso piccoli e quotidiani gesti di accoglienza.

Forse la sfida più grande, la più difficile per noi adulti, è quella di trovare il modo giusto per accogliere il diverso senza la paura di perdere qualcosa di sé o meglio far sì che ciascuno si rafforzi nella propria identità (personale, culturale…) nell’incontro con l’altro.

Il modo di affrontarla è quello che farà la differenza in un futuro non molto lontano, quando mi sentirò chiedere: “Quanti bambini ci sono nella tua classe”?

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