Radio Vaticana – 8 ottobre 2015  

L’Italia risulta largamente in linea con le disposizioni della Convenzione Onu in materia di corruzione. E’ ciò che emerge dal Rapporto delle Nazioni Unite presentato oggi a Roma alla presenza del ministro delle Giustizia, Orlando, e del governatore di Bankitalia, Visco. Non mancano le lacune come la scarsità di dati sulle attività di controllo, mentre i progressi si devono in particolare all’adozione della legge 190/2012, la cosiddetta legge Severino che contiene misure per prevenire l’illegalità nella pubblica amministrazione. Al microfono di Adriana Masotti l’avvocato Luigi Fadda collaboratore del portale SOS utenti consumatori.it:

  1. – Almeno sotto il profilo normativo, penso che le affermazioni dell’Onu corrispondano al vero. A partire, sostanzialmente, dal Report del “Transparency International”, che è una organizzazione non governativa, l’Italia si è molto impegnata sul tema dell’anti-corruzione, tant’è vero che conosciamo benissimo l’introduzione di una nuova autorità indipendente che è l’Autorità nazionale anti-corruzione guidata da Cantone. Il legislatore è intervenuto poi con la Legge Severino del 2012, la 190. Dobbiamo distinguere due fronti sui quali interviene la norma: anzitutto, il piano penale sanzionatorio, e poi quello di prevenzione, perché la corruzione, ovviamente, non può combattersi soltanto applicando delle misure quando il reato si è già consumato, in sostanza; il reato va prevenuto e quindi combattuto a monte, cioè lì dove si origina. E, ovviamente, l’ambito nel quale i reati maggiormente si manifestano sono il settore della pubblica amministrazione. La legge interviene quindi sotto il tema della trasparenza, della incompatibilità degli incarichi di vertice e sul comportamento dei dipendenti pubblici. La corruzione però non è un tema che va visto e studiato soltanto sotto il profilo “morale”; ma va studiato anche come un fenomeno che inibisce lo sviluppo del Paese. Se in effetti pensiamo che il fenomeno corruttivo genera innanzitutto un senso di profonda sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni e che poi rende poco efficiente – o meglio – inibisce la possibilità di efficienza della pubblica amministrazione e distribuisce le risorse sostanzialmente nei confronti solo di chi ha accesso, ovviamente, a determinate “stanze dei bottoni”, in sostanza, allora ci rendiamo conto che il fenomeno corruttivo è una questione più che morale, ma è una questione che sfocia nell’ambito economico-sociale.

  1. – Il rapporto dell’Onu, tra le lacune, elenca la povertà dei dati statistici sui controlli che si fanno …
  2. – Il dato che abbiamo è che sulla carta è stato rafforzato il complessivo sistema di controllo: pensiamo all’istituzione a livello locale di una responsabilità di corruzione, previsto per legge. Quindi gli Enti locali, tutti, obbligatoriamente, si dotano di un responsabile di anti-corruzione che si occupa esclusivamente di questo. Questo, però, non può – come giustamente dice l’Onu, secondo me – restare un fenomeno isolato, nel senso che non si può lasciare all’Ente locale la gestione intera di tutta questa fase informativa, perché poi rimane in pancia dell’Ente locale e non viene diffusa, anche semplicemente a fini statistici. Andrebbero quindi estrapolati i dati di tutte le singole amministrazioni e buttate in un contenitore per verificare in effetti lo stato di attuazione del programma di intervento che è stato originariamente pensato. E sulla base dei feed-back che lì emergono, predisporre poi ulteriori misure. E secondo me l’Onu ha centrato il punto, perché sotto il profilo teorico e normativo ci siamo; forse bisognerebbe implementare qualche sistema in più di verifica e di controllo e soprattutto rendere effettive le sanzioni.

  

  1. – Le ripropongo quanto ha detto il governatore di Bankitalia, Visco: nonostante i passi positivi, ha affermato, l’Italia continua a soffrire di una percezione assai negativa in materia di corruzione e questo incide sulle scelte economiche, in particolare sugli investimenti diretti al nostro Paese. Come superare, allora, questa percezione?
  2. – Con tre semplicissime parole: cultura della legalità. Cioè, bisogna diffondere la cultura che compiere atti illeciti è qualcosa che depotenzia il nostro Paese, inibisce la crescita, inibisce lo sviluppo e quindi va a svantaggio di chiunque, di tutta la collettività. Andrebbero implementati sistemi di formazione e di diffusione della cultura della legalità anzitutto a partire dagli operatori, cioè dai dipendenti pubblici, se stiamo parlando del settore pubblico, ovviamente. Questo, chiaramente, implica un lungo percorso. E quello che è stato fatto nel 2012 è un primo passo che si svilupperà nel tempo: probabilmente, i frutti li vedremo nell’arco di un decennio.