di Carlo Melegari, Nigrizia – 29 gennaio 2016

Il presidente del Centro Studi immigrazione (Cestim) interviene sull’abrogazione del “reato di clandestinità”, definito «inutile e dannoso» dal presidente della Corte di Cassazione. E chiede si apra una discussione intelligente su come regolamentare in maniera ragionevole il diritto di migrare.
Il reato di clandestinità voluto nel 2009 dal governo Berlusconi sembra avere finalmente i giorni contati. Dopo le dichiarazioni fatte ieri dal presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio, che l’ha definito «inutile e dannoso», sarà difficile continuare a tenerlo in piedi nonostante l’opposizione della Lega e il timore di Renzi di perdere voti.
Quando è troppo, è troppo. Ne va del funzionamento della Giustizia al limite della sopportabilità. Ma ci si illude se si ritiene che «la sostituzione del reato con un illecito e con sanzioni di tipo amministrativo, fino al più rigoroso provvedimento di espulsione», come propone Canzio, possa dare un significativo contributo alla tanto auspicata riduzione della presenza illegale nel paese dei cosiddetti “clandestini” ossia dei migranti economici che si fanno passare per richiedenti asilo.
Questa obbligata “clandestinità” è dovuta all’assurdità delle normative di legge in vigore nei paesi Ue per quanto riguarda gli ingressi e l’insediamento in Europa per lavoro e/o per ricongiunzione familiare dai paesi terzi. Finché non si cambiano in maniera ragionevole queste normative di legge, ogni prospettiva di soluzione del problema “clandestini” non può che essere vana. A meno che non sia quella, eticamente impraticabile nelle democrazie, dello “sparare addosso alla gente” o di “lasciarla morire in mare”.
Bisogna convincersi e convincere le opinioni pubbliche che il “permesso” di soggiorno è roba, anzi crimine, da apartheid. Il diritto alla libera circolazione sul pianeta è incomprimibile non solo quando si è disperati in fuga, ma anche quando semplicemente si spera in migliori condizioni di vita.
Non si tratta del “se”: se dare o non dare, avere o non avere il “permesso” di emigrare da un paese per immigrare in un altro al fine di divenirne a tutti gli effetti cittadini non per destino, ma per scelta. Si tratta invece del “come”: come regolamentare in maniera ragionevole l’esercizio del diritto ad andare a insediarsi e risiedere dove si vuole nel mondo, ovviamente senza sconvolgere, nel migrare (in partenza, nel transito, in arrivo, in prospettiva), la vita degli altri.
Non risolverà mai il problema dei “clandestini” una normativa degli ingressi basata sulla discrezionalità (a permanente rischio di arbitrarietà) nel rilascio di un “permesso”. Ne abbiamo riscontro nel ricorso che i governi hanno dovuto fare a sanatorie continue, più o meno esplicite o mascherate da decreti flussi, per cui più dei due terzi degli immigrati stranieri oggi regolarmente residenti in Italia viene da ingressi irregolari e/o da permanenze irregolari sul territorio nazionale.
Il problema dei “clandestini” lo risolverà soltanto una normativa che parte dalla presa d’atto e dalla comprensione delle ragioni del migrante nell’affermare il suo diritto a migrare e insieme delle ragioni della popolazione autoctona nell’affermare il suo diritto ad una aspettativa di buona integrazione tra vecchi e nuovi cittadini.
È possibile questo? C’è chi ritiene di sì, proponendo come sostiene il Cestim la liberalizzazione degli ingressi, a determinate precise condizioni, per ricerca di lavoro. Si apra su queste condizioni una discussione intelligente e onesta come la vorrebbe l’etica della responsabilità per il bene comune e diverrà di palese convenienza l’adozione di proposte sensate garantiste per tutti.