di Chiara Nardinocchi

Repubblica – 25 luglio 2015  

Come migliaia di persone ogni anno, anche la protagonista di questa vicenda raccontata da Medici senza frontiere, ha dovuto abbandonare l’Eritrea e il suo regime fatto di arresti sommari e violazioni dei diritti umani. Un viaggio dal paese natio verso le coste italiane dove ogni tappa porta con sé abusi e minacce di morte

       

La persecuzione, la decisione di partire e i soldi che non bastano. Così Agnes trentenne eritrea ha dovuto separarsi dal marito a metà del viaggio, in Sudan e proseguire sola con la figlia, una bambina di due anni, nell’intento di salvarsi la vita e arrivare in Europa lontane dalla dittatura che silenziosamente imprigiona e perseguita ogni anno centinaia di persone.

 

Un mare di disperazione.

La sua storia, raccolta dai volontari di Medici senza frontiere su una delle navi di soccorso impiegate nel Mediterraneo è allo stesso tempo unica ma anche tristemente simile a quella di tutti quei disperati che cercano riparo dalla violenza.  “Ho lasciato l’Eritrea quattro anni fa con mio marito. Mio marito ha dovuto servire l’esercito e non poteva provvedere a noi. Se avesse lasciato l’esercito, sarebbe stato messo in prigione. Molte persone in Eritrea vanno in prigione senza motivo”.

 

Tappe e separazioni.

Attraversare i 4mila chilometri che dividono l’Eritrea dalle coste italiane spesso richiede non solo molti soldi, ma anche lunghi anni passati a racimolare il necessario, ottenere permessi e sopravvivere in condizioni di vita estenuanti.  Stessa sorte è capitata alla famiglia di Agnes. “Quando siamo partiti – racconta –  siamo andati in Sudan. Abbiamo passato tre anni andando da un posto all’altro, cercando lavoro e mettendo da parte i soldi necessari per il viaggio in Italia. Alla fine abbiamo raccolto un po’ di soldi, ma non era abbastanza per entrambi, così sono partita con mia figlia. Mio marito non sarebbe potuto venire con noi”.

 

Sul camion dal Sudan alla Libia.

Il passaggio dal Sudan alla Libia, escludendo l’impenetrabile Egitto, avviene in camion e macchine caricate fin quasi a esplodere in condizioni igieniche impossibili. Inoltre i trafficanti non tengono conto del caldo, delle esigenze che centinaia di disperati possono avere. Così a volte anche per settimane i ‘passeggeri’ sono messi a dura prova e molti non reggono. “Dopo avere oltrepassato il confine – continua Agnes – ci siamo mossi da una città all’altra fino ad arrivare a Tripoli. Abbiamo viaggiato in container come oggetti, come animali. Era molto buio nei container e faceva caldo. Molte persone sono svenute per il calore e alcune sono morte”.

 

Il pantano libico.

L’ultimo tratto del viaggio della speranza avviene in Libia, dove trafficanti e personaggi senza scrupoli sfruttano la disperazione per arricchirsi. Ma oltre ai soldi, spesso gli aguzzi si prendono anche l’anima delle persone piegandole a suon di botte, bastonate, stupri e torture. A questo vanno ad aggiungersi i guerriglieri del Daesh che rapiscono e uccidono i fuggiaschi per avere riscatti. “Quando siamo arrivate a Tripoli, ci hanno chiuso dentro una casa in 600/700. C’era tanta violenza. Sono stata picchiata a mani nude, con i bastoni, con le pistole. Se ti muovevi, ti picchiavano. Se parlavi, ti picchiavano. Abbiamo passato due mesi così, picchiati ogni giorno”.

 

“La sotto non riuscivano a respirare”.

“Ci hanno chiesto –continua –  di pagare per andare in Europa, così ho pagato 1.700 dollari per me e mia figlia. Siamo state fortunate perché le donne e i bambini venivano messi sul ponte della barca. Le persone che erano sotto rimanevano al buio e dovevano sopportare un caldo impossibile! Sentivo alcuni di loro dire che non riuscivano a respirare”.

 

Nessun’altra via.

“Sapevo che il viaggio sarebbe stato molto pericoloso e difficile, specialmente per mia figlia – conclude –  Ma qual era l’alternativa? Non potevamo sopravvivere in Eritrea o nel Sudan. Il nostro governo non permetteva alle persone di andare via. In Eritrea con i nostri documenti non c’era altro per noi che arrivare in Europa”.