Radio Vaticana – 8 luglio 2016  

Lo scorso anno l’Italia è stato il Paese con il tasso di natalità più basso tra quelli dell’Ue. Lo scorso anno le nascite sono state quasi 486 mila contro le 801 mila della Francia, le 777 mila del Regno Unito e le 738 mila della Germania. Lo ha reso noto Eurostat. A guidare la classifica dei Paesi con il maggior tasso di natalità è l’Irlanda. In fondo alla graduatoria, prima dell’Italia, compaiono invece il Portogallo e la Grecia. Alessandro Guarasci ha sentito il presidente del Centro Internazionale Studi Famiglia Francesco Belletti:

  1. – È come se ci fosse un’alleanza perversa tra i due livelli: da un lato, il clima culturale sembra proprio penalizzare i giovani che vogliono metter su famiglia e accogliere la vita; e, dall’altro lato, non c’è nessun segnale della società che dice che un figlio è un patrimonio di tutti; genera il futuro del Paese; e quindi bisogna sostenere le famiglie. Invece, a parte qualche bonus un po’ estemporaneo, guardando alle politiche, sembra veramente che le nuove generazioni siano un fastidio per questo Paese.

  1. – Soprattutto in Italia, le politiche di sostegno sono più sbilanciate, secondo lei, sulla terza età? E soprattutto, non si rischia poi di alimentare un conflitto generazionale?
  2. – Di fatto, esiste un oggettivo squilibrio, perché il pro-capite destinato alla terza età rispetto alla prima infanzia è assolutamente sbilanciato a favore degli anziani. Questi ultimi, d’altra parte, sono tuttora una risorsa del Paese, che hanno anche costruito. Quindi, il riequilibrio è evidentemente difficile; ma il vero problema è che, in assenza di un welfare intergenerazionale pubblico, sono le famiglie a dare il sostegno: le nuove generazioni sono sostenute da quegli anziani, che ricevono, all’interno della propria famiglia, un maggiore beneficio di welfare. Tuttavia, anziché farlo fare alle famiglie, sarebbe però più equo se lo facesse lo Stato. Bisognerebbe spostare almeno un punto del Pil a favore delle nuove generazioni e dell’evento nascita. E per far questo ci vuole una strategia di lungo periodo: una giovane coppia ha bisogno di sapere che per 25 anni verrà sostenuta e accompagnata dai servizi, dalla scuola, dal fisco: un po’ da tutto. Però questo segnale manca: se si ascolta la politica oggi, si vede che le nuove generazioni non sono la priorità del Paese.

  1. – Eurostat ci dice che a livello continentale la popolazione è cresciuta, se pur di poco; ma questo è dovuto comunque agli immigrati. Si fa ancora fatica a capire il valore che gli immigrati portano nelle società europee, secondo lei?
  2. – Sì, purtroppo la tentazione della chiusura e dell’isolazionismo è molto forte e ciò anche in popoli che si pensavano molto accoglienti. Noi stessi, in questi 20 anni, come Italia, abbiamo fatto i conti con un atteggiamento di chiusura che non pensavamo di avere. Abbiamo sempre pensato di essere un Paese accogliente; ma quando si tratta di dividere piazze, scuole e servizi, siamo molto più corporativi ed egoisti di quanto pensiamo. Questa è una grande sfida culturale, perché nessuna parte del mondo può pensarsi isolata dalle altre e le migrazioni sono un movimento talmente potente che nessuno può chiamarsene fuori. Quindi si tratta di essere realistici: prima ancora di muoversi per motivi morali – che pure sono fondamentali – bisogna pensare che, o ci si pensa in interculturalità – in una società mista ­– oppure non si pensa al proprio futuro. È un po’ come la questione dei figli: il futuro di questo Paese sarà a mille colori e con giovani; ma se non li facciamo e se non accogliamo la gente che scappa da guerre, povertà ed estrema miseria, allora facciamo solo finta di costruire il futuro. Invece ci difendiamo, ma non avremo futuro.