di Pino Ciociola

Avvenire – 25 luglio 2015  

 

Il fuoco fa gran comodo. Soluzione pratica e veloce per metter paura, per distruggere prove, per togliere di mezzo rifiuti (tossici e non) e, mettendo tutto insieme, per mandare messaggi. Così forse da chiarire a chi si mette di traverso che deve fare un passo indietro, forse da eliminare vecchie carte pericolose per nuovi processi e forse da non farsi scippare il business multimilionario delle bonifiche.

Naturalmente via via alzando il tiro e così l’efficacia del messaggio stesso. Morale? Per leggere il disegno attuale della camorra a sud di Caserta e nord di Napoli, bisogna mettere i pezzi uno accanto all’altro (come li stanno sistemando gli investigatori) e, appunto, gli incendi. Cominciando dall’ultimo, quello della Cleprin, azienda etica di Sessa Aurunca, targata ‘Nuova cooperazione organizzata’ e anticamorra.

I carabinieri del Noe già ieri mattina sono tornati nella fabbrica di detersivi ecompatibili. Nessun dubbio, incendio doloso. Chi l’ha appiccato aveva studiato bene il posto, visto che vi è entrato passando dai ‘punti ciechi’ delle telecamere. A proposito, vedendo quanto resta delle loro riprese, è chiaro che le fiamme nascono da due esplosioni, all’interno e a ridosso del muro di cinta del deposito di cartoni e plastiche. Danni da brivido: due milioni di euro. Ma il brivido è durato poco, tutti sono qui a rimettere a posto, tutti i dipendenti, le loro famiglie ed «anche persone che non conosco e sono venute ad aiutarci», spiega Antonio Picascia, titolare della Cleprin, cappellino di ‘Libera’ sulla testa: «È cambiato il vento, ora sono i buoni che gestiranno questo territorio»..

Ma ai burattinai della camorra questa nuova gestione non piace e l’hanno spiegato l’altra notte con le due esplosioni e le fiamme. La Cleprin era obiettivo troppo facile ed emblematico per non essere ghiotto. Come pure quel pescheto della ‘Nco’ bruciato qualche giorno fa, ma assai meno deflagrante come impatto mediatico..

Altri fuochi. Da queste parti (oltre ai roghi tossici) vanno moltiplicandosi da un paio di mesi gli incendi delle cosiddette ‘aree vaste’, cioè le zone campane nelle quali la situazione è compromessa dalla contemporanea presenza di siti gravemente inquinati. Uno di questi è Giugliano, dove c’è (anche) la ‘Resit’, ex discarica dove seppellirono – per esempio – i fanghi tossici dell’Acna di Cengio e dove il terreno fuma senza bruciare..

Il 25 giugno scorso proprio qui c’è stato un primo incendio, che ha mandato in cenere la documentazione certificante la provenienza dei rifiuti smaltiti, compresi quelli pericolosi: era custodita in una palazzina per conto della Corte d’Assise di Napoli (dove si svolgono i processi contro l’ex proprietario della Resit, l’avvocato Cipriano Chianese). Poi, tre giorni fa ancora un incendio… Legambiente sintetizza: «Troppe coincidenze, le fiamme di ecomafia bruciano nella Terra dei fuochi. La bonifica richiama affari e soldi»..

Altre coincidenze. Dicevamo che certi incendi vanno moltiplicandosi da un paio di mesi e sempre da un paio di mesi la Campania ha anche un nuovo governatore, che fra le prime dichiarazioni aveva annunciato di voler risolvere la questione legata ai cinque milioni di ecoballe stoccati in ventidue siti dal 2000 al 2009 (che adesso costano sedici milioni d’euro l’anno solo per la gestione). Sarebbe a dire movimentare un mare di soldi, specie a sommarli col business che innescherebbero le bonifiche: la camorra non può certo sentirsene tagliata fuori e restare a guardare, specie proprio a casa sua e specie avendo qui alcuni referenti politici. Eccolo, allora, il quadro complessivo che provano a disegnare alcuni pezzi di mafia campana: «Avete vinto qualche battaglia, avete più o meno ‘liberato’ Casal di Principe, ma non illudetevi. Qui comandiamo sempre noi e sempre con noi dovete, dovrete, fare affari. Altrimenti tutto questo è quel che vi aspetta…».