Radio Vaticana – 16 agosto 2016  

“Maria ci porta anche a pensare alle donne sopraffatte dal peso della vita e dal dramma della violenza, alle donne schiave della prepotenza”. Così ha detto il Papa all’Angelus di ieri, durante il quale ha rivolto una preghiera perché le donne perseguitate, private della loro dignità, vittime della tratta di esseri umani, possano ritrovare una vita di pace, giustizia e amore. Eugenio Murrali ha chiesto a suor Rita Giaretta, di “Casa Rut”, a Caserta, una riflessione sulle parole del Pontefice:

R – Sono state parole che ci hanno toccato profondamente nel cuore e nella vita, perché sentiamo che c’è un pastore, un padre, un Papa, che ha accolto, ha capito il dramma che stanno vivendo, purtroppo, ancora oggi, sempre di più, tante donne. Il Papa ha un messaggio forte, di vicinanza, però muove un richiamo anche alla responsabilità, o forse all’irresponsabilità, degli uomini, alla loro cupidigia. C’è un bisogno, ora, di costruire relazioni nuove. Spesso noi insieme guardiamo, ascoltiamo l’Angelus del Papa a mezzogiorno e ho visto, ho sentito vibrare gli sguardi, i cuori di queste ragazze. Ne avevamo bisogno, ecco. Sentiamo che il Papa è un alleato.

D – Chi sono queste donne che arrivano nella vostra comunità?
R – Oggi, soprattutto, sono giovani donne, a volte anche minorenni, che arrivano in particolare dall’Africa subsahariana, soprattutto dalla Nigeria. Ma tempo fa abbiamo avuto anche parecchie ragazze dall’Est, dall’Albania, dalla Romania e dalla Moldavia. Oggi, però, con tutti questi flussi migratori, moltissime di loro sono ragazze giovanissime nigeriane. A volte arrivano portando in grembo un figlio, magari frutto di violenza, di stupri vissuti durante il viaggio. Penso alla traversata del deserto. Penso al tempo, poi, che sono costrette a vivere in Libia. Quasi nessuna ha il coraggio di parlare delle sua storia, di quei viaggi disumani. E una volta arrivate qui in Italia, pensando si potesse realizzare questo sogno di speranza, di vita diversa, si ritrovano di nuovo in un inferno. Quindi, sono proprio donne macerate, massacrate nei loro corpi, avvilite nella loro dignità, senza sorrisi, con i volti spenti. Ma che bello vedere poi, pian piano, giorno dopo giorno, che ritorna quel sorriso. Quando io sento una ragazza che dice “mamma” – perché così ti chiamano soprattutto le ragazze africane, perché siamo donne che si prendono cura della loro vita fino in fondo – allora, che bello, che brivido sentirsi dire “mamma”. Ecco, questa fecondità spirituale, piena, che restituisce vita.

D – Come entrano in contatto con voi?
R- Queste ragazze arrivano, a volte, anche con nostra grande sorpresa. Le vie sono le più svariate: può essere la polizia che, facendo una retata o girando per le strade, incontra una ragazza che poi capisce che è la vittima di questa situazione di sfruttamento e quindi ce la porta, possono essere altre associazioni. Ma molte ultimamente stanno arrivando con il passaparola, perché ormai la nostra realtà opera da più di 20 anni in questa missione. C’è un tam-tam anche tra loro e a volte apriamo la porta al mattino per uscire e troviamo lì una ragazza seduta sul gradino che sta aspettando che apriamo la porta. Magari ha solo una borsetta accanto o un sacchettino dell’immondizia, dove ha messo dentro qualcosina. Guarda con questi due occhi che vedi tristi di una tristezza infinita e chiede: “Help, help, help… Aiutami, aiutami…”.

D – C’è una storia felice che vuole raccontare? Una storia in cui siete riuscite a ridisegnare il sorriso sul volto di queste ragazze?
R – Sarebbero tante le storie felici, tante, tante. Ma quella che più mi è cara è proprio quella di una ragazzina quindicenne, una ragazzina albanese che, quando è stata portata qui dai Carabinieri, abbiamo scoperto da un gesto, da come teneva un peluche in braccio, che probabilmente era anche madre, aveva avuto un figlio. Sono riuscita a dirgli: “Ma tu hai avuto un figlio?”. E lei, guardandomi, con le lacrime: “Sì, però non so dov’è”. Questo figlio era già finito in una rete di vendita, qui nel nostro casertano. Abbiamo ampliato la denuncia con i Carabinieri e siamo riusciti a ritrovare questo bambino, che era nato da appena qualche mese. Poi, il giudice – che poteva pensare che la ragazza fosse anche lei complice di non aver accolto il figlio, di averlo messo in vendita e lasciato in mano a questa banda – ha capito che la ragazza non c’entrava niente ed era doppiamente vittima: vittima sulla strada, vittima poi perché rimasta incinta si era trovata costretta a lasciare questo figlio. Insomma, l’ha affidata alla nostra comunità. Assieme a questa ragazzina abbiamo fatto un cammino stupendo. Ecco, a distanza di anni – sono passati dieci anni – oggi è una mamma felice, è sposata con un ragazzo italiano che le vuole un mondo di bene e ha avuto anche un’altra bambina.